Guerra in Iran e referendum, il nodo che stravolge i piani di Meloni
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Redazione Interno
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La vocazione alla governante, quella che spinge a tenere insieme dossier eterogenei sotto un’unica regia politica, si sta rivelando per Giorgia Meloni un esercizio di equilibrismo sempre più complesso. Mentre l’escalation militare in Medio Oriente, con i bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele sul territorio iraniano, rischia di allargarsi a macchia d’olio – si pensi agli attacchi di ritorsione che hanno già lambito Cipro – la presidente del Consiglio si trova a dover ricalibrare l’intera agenda del governo, e l’agenda, si sa, è il primo specchio delle priorità di un esecutivo. I piani per la campagna referendaria sulla separazione delle carriere, che dovevano decollare dopo la pausa del Festival di Sanremo, sono stati congelati o, quantomeno, profondamente ridimensionati. L’urgenza della crisi internazionale, con le sue ricadute economiche e i suoi nodi diplomatici, impone ora una presenza e una concentrazione che distolgono risorse e attenzione dalla battaglia per il Sì, un tempo cavallo di battaglia della maggioranza.
A Palazzo Chigi, nelle ultime ore, il clima è quello di chi cammina su una fune sospesa nel vuoto. Da un lato, c’è la necessità di non apparire come un vassallo acritico di Donald Trump – la cui decisione di attaccare Teheran è stata presa, come ha dovuto ammettere lo stesso ministro Antonio Tajani, senza un reale coinvolgimento dei partner europei – e dall’altro, l’esigenza di tutelare gli interessi nazionali in una regione, il Golfo, dove l’Italia vanta storiche relazioni commerciali e strategiche. Il nodo degli aiuti militari richiesti dai Paesi del Golfo, come Emirati Arabi Uniti e Qatar, è solo la punta dell’iceberg. Sotto la superficie, emergono interrogativi ben più spinosi: il possibile utilizzo delle basi italiane, a partire da Sigonella, e le implicazioni di un conflitto che, se prolungato, farebbe impennare il prezzo del gas e delle materie prime, mandando in frantumi i già fragili equilibri dei conti pubblici.
Proprio sul fronte economico, del resto, il governo aveva già dovuto registrare una battuta d’arresto. Il dato sul deficit, sì sceso dal 3,5 al 3,1 per cento, non è bastato per rientrare sotto la fatidica soglia del 3 per cento, quella che avrebbe consentito all’Italia di uscire anticipatamente dalla procedura d’infrazione Ue. Una mancata uscita che, a livello simbolico, pesa come un macigno sulla credibilità internazionale dell’esecutivo e che, in uno scenario di guerra e rincari energetici, rischia di diventare un boomerang difficile da gestire per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, al lavoro fino a fine mese per tentare di ribaltare il verdetto. La premier, dal canto suo, evita di esporsi in Aula per le comunicazioni ufficiali, lasciando che siano Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto a farsi carico del confronto con il Parlamento, dove le opposizioni – pur divise al loro interno – chiedono a gran voce una presa di posizione chiara sull’aggressione americana.
Il fattore Trump e lo scacchiere europeo che si restringe
La sensazione, in questo avvitarsi della crisi, è che il quadro di riferimento entro cui Meloni aveva costruito la sua azione diplomatica stia rapidamente franando. L’Europa, infatti, appare più divisa che mai e quel ruolo da protagonista che la premier aveva faticosamente ritagliato per sé a Bruxelles rischia di essere spazzato via dall’emergere di un nuovo direttorio, il formato E3 che riunisce Francia, Germania e Regno Unito. Un club ristretto dal quale l’Italia, di fatto, rimane esclusa e nel quale il confronto con Parigi, già teso su molti fronti, si fa ancora più aspro. La sensazione di chi segue i dossier da vicino è che l’offensiva israelo-americana, oltre a mirare a obiettivi militari, stia producendo un effetto collaterale non secondario: mettere a nudo l’inconsistenza della politica estera comune europea, costringendo ogni Stato membro a una gestione solitaria della propria posizione.
A complicare ulteriormente l’equazione, per Meloni, c’è la natura stessa dell’amministrazione Trump. Il presidente statunitense, che ha sempre fatto della difesa degli interessi personali e familiari una cifra del suo operato, pare muoversi in Medio Oriente anche sulla spinta di consolidati rapporti d’affari con le monarchie del Golfo, paesi che hanno ripetutamente investito nelle sue attività e che ora si trovano in prima linea contro l’Iran. Un intreccio, questo, che rende ancora più scivoloso il terreno per l’Italia, costretta a destreggiarsi tra la fedeltà all’alleato Nato e la necessità di non farsi trascinare in un conflitto i cui confini temporali appaiono del tutto incerti. Le stesse dichiarazioni di Crosetto, quando parla di prudenza necessaria per “sopravvivere in acque come queste”, tradiscono un timore reale che la crisi non sia destinata a esaurirsi in pochi giorni, come qualcuno aveva inizialmente sperato, ma possa invece allungarsi per settimane, con conseguenze imprevedibili per la sicurezza nazionale e per la tenuta sociale del paese.




