Stretto di Hormuz, la rappresaglia degli Stati Uniti: colpite sedici navi posamine iraniane

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il tono dell’ultimatum, scandito dal presidente americano attraverso i canali social, non lasciava spazio a fraintendimenti: se nello Stretto di Hormuz fossero state deposte delle mine, e Washington dichiarava di non avere conferme in merito, queste andavano rimosse immediatamente, pena una risposta militare “a un livello mai visto prima”. Una dichiarazione, quella di Donald Trump, che suonava come un avvertimento diretto a Teheran, e che nelle stesse ore ha trovato una drammatica e concreta attuazione nelle acque del Golfo Persico. Il Comando centrale delle forze armate statunitensi, il Centcom, ha infatti diffuso un video – girato dall’alto e rapidamente circolato in rete – in cui si vedono chiaramente una serie di esplosioni concentrarsi su obiettivi navali iraniani: si tratta, come precisato dagli stessi vertici militari, di sedici unità posamine della marina di Teheran, neutralizzate in prossimità dello strategico canale marittimo. Un’operazione, quest’ultima, che giunge al culmine di ore di tensione altissima, durante le quali il Pentagono aveva preannunciato quella che il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha definito come “la giornata di attacchi più intensa” in territorio iraniano dall’inizio delle ostilità.

La Bibbia letta al Pentagono e la minaccia di Hegseth

La conferenza stampa convocata al Pentagono aveva un’atmosfera insolita, carica di una retorica che mescolava la determinazione bellica a richiami religiosi. Pete Hegseth, ex militare e volto noto della televisione prima di assumere l’incarico governativo, di fronte ai giornalisti radunati non si è limitato a illustrare gli obiettivi strategici dell’offensiva in corso. Ha promesso l’impiego di un numero crescente di mezzi offensivi – “più aerei da combattimento, più bombardieri, più intelligence”, ha scandito – per poi concludere il suo intervento con un passo del Salmo 144, quello che recita “Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra”. Una scelta, quella di citare le Scritture in un contesto bellico, che ha aggiunto un ulteriore strato di complessità simbolica a una situazione già di per sé incandescente, mentre fuori dalle sale del comando americano i caccia prendevano di mira le imbarcazioni iraniane.

La mossa statunitense, va detto, non rappresenta un episodio isolato ma si inserisce in una escalation più ampia che sta rapidamente ridefinendo gli equilibri dell’intera regione. Mentre le fiamme avvolgevano le sedici unità navali nei pressi dell’Hormuz, il cielo di Israele è stato squarciato dal lancio di diverse salve di missili, partite, stando a quanto dichiarato dalle Forze di difesa israeliane, direttamente dal suolo iraniano. Le sirene sono echeggiate in diverse aree del Paese, e i sistemi di intercettazione sono stati immediatamente attivati per contrastare quella che le stesse autorità israeliane hanno descritto come una vera e propria “ondata” di attacchi, condotti in parallelo contro obiettivi in Iran e in Libano. La risposta di Tel Aviv non si è fatta attendere, con l’esercito che ha confermato di aver rilevato la minaccia in arrivo e di aver messo in atto tutte le procedure difensive del caso.

Obiettivi finanziari e la replica di Teheran

Oltre alla rappresaglia immediata nel Golfo, la macchina bellica statunitense sembra aver allargato il proprio raggio d’azione anche al settore economico. Secondo quanto emerso da fonti diplomatiche e militari, banche e centri finanziari situati in Medio Oriente – e riconducibili direttamente o indirettamente alla sfera d’influenza iraniana – sarebbero stati indicati come potenziali bersagli legittimi. Una mossa che, se confermata, segnerebbe un salto di qualità nel conflitto, estendendo il confronto dall’ambito strettamente militare a quello delle infrastrutture critiche del sistema-Paese. L’obiettivo dichiarato, come ripetuto più volte dai portavoce del Pentagono, resta quello di paralizzare la capacità di Teheran di proiettare potenza e minacciare la libertà di navigazione in uno stretto attraverso cui transita quotidianamente oltre il venti per cento del petrolio mondiale.

Dal canto loro, le autorità iraniane non hanno ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’entità dei danni subiti dalla propria flotta, ma la scelta di colpire Israele con una salva coordinata di missili, in contemporanea con l’operazione navale statunitense, lascia intendere una strategia di risposta articolata su più fronti. L’attivazione delle difese aeree israeliane e la corsa della popolazione nei rifugi raccontano di una regione nuovamente precipitata nell’incubo di una guerra estesa, dove il controllo di un’arteria marittima fondamentale come l’Hormuz diventa al contempo un obiettivo militare e una posta in gioco politica di valore inestimabile. Il video del Centcom, con quelle esplosioni viste dall’alto, rimarrà probabilmente l’immagine simbolo di questa nuova, pericolosa fase dello scontro.

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