Il comando Centcom assegna 50.000 soldati alla guerra e nella notte un missile colpisce la base Usa in Qatar
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Redazione Esteri
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Il quinto giorno del conflitto aperto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran segna una significativa accelerazione sul piano della mobilitazione militare, con il Comando Centrale americano che ha ufficialmente riassegnato circa cinquantamila effettivi già presenti in Medio Oriente alle operazioni belliche in corso contro Teheran. La decisione, comunicata attraverso i canali ufficiali del Centcom e ribadita in un video messaggio di cinque minuti dall’ammiraglio Brad Cooper, arriva mentre un contingente aggiuntivo di truppe e velivoli da combattimento è in fase di dispiegamento nella regione, andando a rinforzare un dispositivo che Cooper stesso ha definito come il più imponente schieramento americano nell’area da almeno una generazione. Le forze statunitensi, ha spiegato l’alto ufficiale, stanno colpendo senza sosta il territorio iraniano con una frequenza che nelle prime ventiquattro ore dell’operazione, battezzata Epic Fury, avrebbe già prodotto il doppio degli attacchi sferrati durante l’intera campagna in Iraq del 2003.
Sul terreno, la macchina da guerra americana ha già impresso un’accelerazione senza precedenti al conflitto: stando ai dati forniti dal Centcom, sarebbero quasi duemila i bersagli colpiti all’interno dei confini iraniani, con un impiego di munizioni che ha superato le duemila unità e che ha visto l’utilizzo massiccio di droni kamikaze, alcuni dei quali – ha tenuto a sottolineare l’ammiraglio Cooper – originariamente di fabbricazione iraniana e successivamente modificati dall’industria bellica statunitense per essere reindirizzati contro i loro stessi produttori. Parallelamente agli attacchi dal cielo, la marina americana sta conducendo un’operazione sistematica per neutralizzare la flotta iraniana: Cooper ha dichiarato che diciassette navi, incluso un sottomarino che ora presenta uno squarcio nello scafo, sono state distrutte, con l’obiettivo dichiarato di lasciare i canali navigabili del Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz e il Golfo di Oman privi di qualsiasi unità nemica in grado di minacciare il traffico marittimo.
La replica di Teheran e l’attacco alla base aerea di Al Udeid
La risposta iraniana, lungi dall’essere ininfluente, si è concretizzata in un lancio massiccio di missili balistici e droni che ha preso di mira installazioni militari e civili in tutta l’area. Il Centcom ha riferito di oltre cinquecento missili balistici e più di duemila droni lanciati dall’Iran come rappresaglia, un’ondata offensiva che ha causato vittime anche tra i militari americani: sei soldati statunitensi avrebbero perso la vita in un attacco contro un centro operativo tattico in Kuwait, mentre diverse altre unità sarebbero rimaste ferite. Nella notte, l’attenzione si è concentrata sulla base aerea di Al Udeid, in Qatar, la più grande installazione americana in Medio Oriente dove normalmente risiedono circa diecimila soldati e che ospita il quartier generale avanzato delle operazioni per l’intera regione. Fonti del ministero della Difesa qatariota hanno confermato che due missili balistici sono stati lanciati dall’Iran: uno è stato intercettato dai sistemi di difesa, ma il secondo è riuscito a colpire la struttura, sebbene senza provocare vittime tra il personale.
Mentre i combattimenti infuriano su più fronti, il quadro politico e strategico si arricchisce di un elemento di potenziale svolta istituzionale a Teheran. La morte del leader supremo Ali Khamenei, avvenuta nei primi attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, ha aperto una crisi di successione che le autorità iraniane starebbero cercando di comporre in tempi rapidi. Secondo le ricostruzioni diffuse dalle agenzie, l’Assemblea degli Esperti avrebbe individuato in Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah, la figura designata a ereditare la guida del paese e della comunità sciita, una scelta che – se confermata – consoliderebbe la linea dura e i legami con il delle Guardie della Rivoluzione Islamica, spostando ulteriormente gli equilibri interni in una fase di estrema tensione bellica.
La pressione su Hormuz e l’allargamento del conflitto al Libano
Sul versante strategico, i pasdaran hanno rivendicato il controllo totale dello Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il transito del petrolio mondiale, attraverso cui transita circa un quinto del greggio consumato quotidianamente sul pianeta. La presa di posizione delle forze navali iraniane rappresenta una minaccia diretta non solo per gli interessi occidentali ma per l’intera economia globale, e il presidente Donald Trump ha già fatto sapere che la Marina statunitense potrebbe intervenire per scortare le petroliere qualora la situazione dovesse richiederlo. Il controllo dello stretto, che l’Iran afferma di esercitare con proprie forze navali, si inserisce in una strategia più ampia volta a colpire gli interessi americani e israeliani su tutti i fronti disponibili: nelle stesse ore, l’aviazione israeliana ha condotto raid in Libano che avrebbero provocato almeno undici vittime, in quella che appare una risposta alle azioni di Hezbollah, il partito armato libanese che ha aperto un nuovo fronte settentrionale contro lo Stato ebraico in segno di solidarietà con l’Iran. La sensazione, mentre i reparti americani continuano a essere rafforzati e le difese aeree nemiche vengono progressivamente degradate, è che l’operazione Epic Fury sia destinata a proseguire con intensità crescente, come del resto lo stesso ammiraglio Cooper ha lasciato intendere quando ha affermato che si è trattato solo dell’inizio.




