Kuwait taglia la produzione di petrolio, è allerta per le minacce iraniane sullo Stretto di Hormuz
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Redazione Economia
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La Kuwait Petroleum ration, la compagnia petrolifera statale dell’emirato, ha annunciato un taglio immediato e “precauzionale” della produzione di greggio e della capacità di raffinazione, una decisione, questa, motivata ufficialmente con le “continue aggressioni da parte della Repubblica Islamica dell’Iran” e con le “minacce iraniane alla sicurezza del transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”. Il provvedimento, che arriva in un contesto di tensione bellica ormai conclamata nel Golfo Persico, non rappresenta una scelta autonoma di politica energetica, bensì una misura di emergenza imposta dalla necessità di garantire la continuità operativa in una situazione di stallo: le navi, di fatto, non transitano più e i serbatoi di stoccaggio, ormai saturi, non possono accogliere altro petrolio. La compagnia, in una nota ufficiale, ha specificato che la riduzione dei flussi sarà “riesaminata in funzione dell’evolversi della situazione”, lasciando intendere che si tratta di una chiusura dei rubinetti temporanea ma dalla durata incerta.
Una reazione a catena nel Golfo, con i depositi ormai al limite
Il blocco virtuale dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, sta innescando una reazione a catena tra i produttori dell’area. Dopo il Qatar e l’Iraq, che nei giorni scorsi avevano già iniziato a fermare alcuni giacimenti, il Kuwait si è visto costretto a seguire la stessa strada: la logistica, in questo momento, conta più della produzione. I grandi complessi di stoccaggio costieri, progettati per un flusso continuo verso le petroliere e non per accumulare riserve, stanno raggiungendo la capacità massima. Come riportano fonti del settore, tra cui analisti citati dal Wall Street Journal, i depositi kuwaitiani potrebbero riempirsi completamente nel giro di pochi giorni, rendendo tecnicamente impossibile continuare a estrarre senza avere dove mettere il greggio. La scelta, dunque, non è soltanto politica o legata alla sicurezza, come sottolineato dalla KPC, ma è dettata anche da un’oggettiva e improrogabile necessità fisica: fermare i pozzi è l’unica alternativa allo spreco.
Prezzi del greggio alle stelle, superata la soglia dei novanta dollari
L’effetto sui mercati, prevedibilmente, non si è fatto attendere. Il prezzo del petrolio Brent ha superato con decisione la soglia psicologica dei novanta dollari al barile, toccando punte che non si registravano da oltre due anni. Un’impennata, questa, che riflette il panico degli operatori di fronte alla prospettiva di un’interruzione prolungata e su larga scala delle forniture dal Golfo. Il greggio, in un clima di guerra aperta, smette di essere una semplice merce per diventare un’arma e, al contempo, un bersaglio. Le dichiarazioni delle autorità iraniane, che rivendicano il controllo dello stretto e minacciano di colpire qualsiasi nave legata a interessi statunitensi o israeliani, hanno di fatto azzerato il traffico delle petroliere, con una flessione stimata intorno all’ottanta per cento. Le compagnie di navigazione, dal canto loro, preferiscono tenere le proprie navi al largo piuttosto che rischiare di essere coinvolte in un conflitto che ha già visto attacchi missilistici contro basi militari e installazioni energetiche nella regione.
Il nodo della raffinazione e la strategia per la sopravvivenza energetica
La decisione del Kuwait non riguarda solo l’estrazione, ma anche il processo di raffinazione. Gli impianti di Al-Zour, Mina Al-Ahmadi e Mina Abdullah, tra i più grandi e avanzati del Medio Oriente, stanno riducendo i ritmi produttivi. Una scelta obbligata, visto che il greggio lavorato si trasforma in prodotti raffinati che, a loro volta, necessitano di essere stoccati o esportati. Senza possibilità di caricarli sulle navi, anche le raffinerie rischiano di dover fermare i propri cicli. La mossa della Kuwait Petroleum ration, inquadrata ufficialmente come una “strategia di gestione del rischio”, è in realtà la fotografia di un’economia, quella dei piccoli Stati del Golfo, completamente dipendente da un unico, stretto, corridoio marittimo. E mentre la diplomazia tace e i cannoni parlano, il problema dello stoccaggio diventa ogni ora più urgente: se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto al traffico commerciale in tempi brevissimi, altri paesi dell’area, a partire dagli Emirati Arabi Uniti, potrebbero trovarsi nella stessa identica condizione del Kuwait, costretti a chiudere i pozzi uno dopo l’altro.




