Il Kuwait taglia la produzione di petrolio, lo Stretto di Hormuz resta un imbuto imbottigliato
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Redazione Economia
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La Kuwait Petroleum ration, colosso statale dell'emirato, ha messo nero su bianco ciò che i mercati temevano da giorni: una riduzione, definita precauzionale, della produzione di greggio e della capacità di raffinazione. Alla base della decisione, ufficializzata in una nota, ci sarebbero le “continue aggressioni” da parte della Repubblica Islamica dell’Iran e, nello specifico, quelle “minacce iraniane alla sicurezza del transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz” che di fatto hanno trasformato quella sottile lingua d'acqua in una trappola per il commercio energetico globale. La mossa di Kuwait City, in fondo, non rappresenta un caso isolato ma il sintomo più evidente di un collo di bottiglia che si è improvvisamente stretto fino a strozzare i flussi: dopo che Qatar e Iraq avevano già iniziato a fermare i rubinetti, l’adesione forzata a questa contingenza bellica da parte di un altro membro Opec fotografa l'agonia logistica del Golfo.
Sulla carta, le autorità di Teheran hanno tentato di gettare acqua sul fuoco, se così si può dire, con dichiarazioni contraddittorie che nulla hanno tolto all’allarme degli operatori. Il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, ha infatti voluto precisare che lo Stretto di Hormuz “è aperto” e che eventuali attacchi sarebbero mirati esclusivamente contro “navi americane e israeliane”, considerate le reali responsabili delle ostilità. Una specifica, questa, che lungi dal rassicurare armatori e assicuratori, ha prodotto l’effetto opposto: in un mare infestato da droni e missili, la distinzione tra un cargo battente bandiera di un paese neutrale e una petroliera con interessi riconducibili a Washington è tutto tranne che netta, e la selezione politica dei bersagli paventata dal portavoce ha finito per rendere il passaggio un azzardo inaccettabile. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, del resto, non ha usato giri di parole nell’ammettere che lo Stretto risulta “sostanzialmente chiuso”, una definizione che trova riscontro nei numeri: delle circa mille navi che in tempi normali solcano quelle acque, negli ultimi giorni se ne contano a malapena un pugno, con un crollo verticale dei transiti di petroliere che ha superato il novanta per cento.
L’effetto domino sull’oro nero non si è fatto attendere e il prezzo del barile ha superato quota novanta dollari, innescando una fiammata che gli analisti non esitano a definire storica per la velocità dell’incremento. Ma non è solo una questione di quotazioni. La riduzione produttiva del Kuwait, che pure assicura di poter garantire la domanda interna, nasce da un’urgenza fisica e concreta: con la navigazione paralizzata e gli spazi di stoccaggio ormai saturi, fermare i pozzi diventa una necessità ineludibile per non sprecare greggio che non può essere né caricato né raffinato. Il Qatar, attraverso il suo ministro dell’Energia Saad al-Kaabi, ha già lanciato un monito: se la situazione dovesse persistere, tutti gli stati del Golfo saranno costretti a dichiarare la forza maggiore, spingendo il barile verso quota centocinquanta dollari e mettendo in ginocchio l’economia globale.




