La crisi nello Stretto di Hormuz e la mossa a sorpresa di Trump sul petrolio russo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La situazione nello Stretto di Hormuz, quel sottile corridoio d'acqua dal quale transita quotidianamente una percentuale significativa del petrolio mondiale, è ormai precipitata in una fase di stallo operativo che nessuno, fino a poche settimane fa, avrebbe osato definire irreversibile. Da inizio marzo, come conseguenza diretta dell'acuirsi del conflitto innescato dalle operazioni congiunte di Stati Uniti e Israele sul suolo iraniano, Teheran ha di fatto imposto un blocco selettivo: non si tratta di una chiusura totale, ma di un regime di passaggio condizionato, con navi ferme in rada e solo alcune autorizzate a procedere, magari a fronte di transazioni commerciali denominate in valute diverse dal dollaro, come ad esempio lo yuan cinese. La Repubblica Islamica, attraverso le sue forze armate, continua a rivendicare il controllo de facto delle acque e a lanciare missili balistici – una pioggia che le cronache internazionali descrivono come incessante – su obiettivi ritenuti sensibili in tutta l'area del Golfo, colpendo infrastrutture e basi militari, inclusa quella italiana di Erbil, in Iraq, per fortuna senza causare vittime tra i nostri connazionali. L’allarme per le forniture energetiche, in un simile contesto, è tornato a essere una variabile costante dell’economia globale.

In questo quadro di tensione crescente, dove le marine militari di diverse nazioni stanno riorganizzando le proprie flotte per scortare i mercantili, l’amministrazione Trump ha compiuto una mossa che ha spiazzato molti osservatori e, soprattutto, infastidito non poco gli alleati europei e il governo di Kiev. Il presidente americano, che pure aveva impostato la propria politica estera su una linea di massima pressione verso Mosca, ha deciso di sbloccare temporaneamente l’acquisto del petrolio russo attualmente in transito, consentendo a paesi terzi di rifornirsi da quei carichi bloccati in mare dalle sanzioni. La decisione, ufficialmente motivata dalla necessità di calmierare i prezzi dell'energia in un momento di estrema volatilità dovuta alla chiusura virtuale di Hormuz, ha suscitato reazioni immediate e piuttosto dure. Volodymyr Zelensky, in particolare, ha visto in questo provvedimento un'iniezione di risorse per l’industria bellica russa, denunciando come l’Europa e l’Ucraina non possano che uscirne indebolite: se Mosca incassa denaro fresco dalla vendita di idrocarburi, aumenta inevitabilmente la sua capacità di proseguire nel conflitto, rendendo vane le sanzioni costruite con tanta fatica negli ultimi anni.

La posizione italiana e la risposta europea tra basi colpite e nuove missioni

Sul fronte diplomatico e militare, l’Italia si è trovata a gestire una posizione complessa, stretta tra la solidarietà atlantica e la necessità di non apparire come parte belligerante. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stata chiara nel ribadire che il nostro paese non parteciperà attivamente alle operazioni di guerra, ma al contempo ha voluto sottolineare che non siamo né complici dell’azione militare altrui né, tantomeno, isolati nello scacchiere internazionale. Una dichiarazione, la sua, che arriva in un momento delicatissimo: il governo sta già organizzando il rientro del contingente militare dalla base di Erbil, dopo che un attacco con drone o missile – non è ancora chiaro con certezza il mezzo utilizzato – ha preso di mira le strutture italiane. L’ipotesi che si sia trattato di un bersaglio deliberato, considerato che il compound ospita anche forze statunitensi, non è stata smentita da fonti ufficiali, sebbene si preferisca mantenere un profilo basso per non innescare ulteriori escalation. Nel frattempo, il premier britannico Keir Starmer ha avviato una serie di consultazioni con i leader europei, incluso il tedesco Friedrich Merz, per organizzare un’operazione congiunta di difesa delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, consapevoli che la libertà di navigazione non è solo un principio del diritto internazionale, ma una necessità economica vitale.

L’escalation in Medio Oriente e i riflessi sulla sicurezza interna

Mentre l’attenzione dei media è giustamente catalizzata dagli sviluppi bellici e dalle mosse finanziarie legate all’oro nero, la cronaca nazionale riporta storie che nulla hanno a che fare con la geopolitica, ma che raccontano un paese alle prese con piaghe sociali antiche e sempre drammaticamente attuali. A Messina, l’ennesimo femminicidio ha scosso l’opinione pubblica: una donna di cinquant’anni è stata uccisa dall’ex compagno, un uomo che, nonostante si trovasse già in regime di detenzione domiciliare, non era stato sottoposto al braccialetto elettronico ed era riuscito ad allontanarsi, consumando il delitto. La vicenda riapre il dibattito sull’efficacia dei sistemi di controllo e sulle misure di prevenzione, in un contesto giudiziario dove le lacune organizzative e la mancanza di strumenti adeguati finiscono troppo spesso per pagarle le vittime. Parallelamente, il conflitto allargato in Medio Oriente continua a produrre effetti anche sul nostro territorio in termini di allerta e sicurezza: la base di Erbil non era l’unico obiettivo potenziale, e i servizi di intelligence restano in stato di massima allerta per prevenire eventuali attentati o azioni dimostrative da parte di cellule dormienti che potrebbero agire in nome della solidarietà con la causa iraniana.

L’impatto sull’energia e le strategie di approvvigionamento occidentali

La riapertura selettiva al petrolio russo da parte di Trump, se da un lato ha creato frizioni con gli alleati, dall’altro rappresenta una mossa razionale in un’ottica di mercato: con l’Iran che di fatto blocca le proprie esportazioni e quelle dei vicini, immettere greggio aggiuntivo sui mercati è l’unico modo per evitare un’impennata dei prezzi che avrebbe ripercussioni pesantissime sulle economie occidentali, già provate dall’inflazione. L’Europa, però, fatica a digerire questa inversione a U, anche perché Germania e Francia, attraverso le parole dei loro leader, hanno ribadito la necessità di mantenere alta la pressione su Mosca, e qualsiasi allentamento viene letto come un segnale di cedimento. Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz resta il vero ago della bilancia: finché la Repubblica Islamica manterrà la capacità di interdire il traffico, nessuna decisione sulle sanzioni potrà davvero stabilizzare i mercati, perché il problema non è più solo la disponibilità fisica del greggio, ma la sua capacità di raggiungere le raffinerie. Le compagnie di navigazione stanno già rivedendo le rotte, e i costi di trasporto, di conseguenza, sono destinati a salire, alimentando una spirale inflazionistica che rischia di vanificare gli sforzi delle banche centrali.

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