L’arte della guerriglia navale: così l’Iran tiene in scacco la flotta Usa a Hormuz
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Redazione Esteri
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Sedici navi colpite dall’inizio delle ostilità, e il conto, con ogni probabilità, è destinato a salire. L’Iran, privato ormai di gran parte della sua aviazione e con le difese aeree pesantemente compromesse dai bombardamenti israelo-americani, sta mettendo in pratica una dottrina difensiva studiata a tavolino negli ultimi vent’anni, fondata su una guerra asimmetrica che punta a negare il controllo del mare alla superpotenza statunitense. Nel giorno in cui la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ha rotto il silenzio per rivendicare la chiusura dello Stretto di Hormuz come strumento di pressione, il Pentagono si trova a dover fronteggiare un nemico sfuggente, che non cerca la battaglia campale in alto mare ma tende continue imboscate con mezzi veloci e mine vaganti.
Sono proprio le unità navali snelle, le vedette e i barchini esplosivi dei pasdaran a rappresentare l’osso duro della resistenza iraniana. Mentre Donald Trump, in un messaggio su Truth pubblicato in contemporanea con la dichiarazione del nuovo leader di Teheran, ribadiva che fermare l’«impero del male» conta più del petrolio, sul terreno lo scenario era ben più concreto e drammatico. Un drone ha centrato la base italiana di Camp Singara a Erbil, provocando danni alle infrastrutture, per fortuna senza ferire i soldati impegnati nella missione di addestramento. Nelle stesse ore, la raffineria di Bassora, nel sud dell’Iraq, veniva avvolta dalle fiamme dopo l’impatto di due petroliere ormeggiate nelle acque territoriali irachene, con un bilancio di un marinaio morto e decine di altri tratti in salvo.
Il viceministro degli Esteri iraniano, Majid Takht-Ravanchi, ha smentito categoricamente che Teheran abbia provveduto a minare lo Stretto di Hormuz, ammettendo però che ad alcune navi è stato concesso il transito, quasi a voler sottolineare una capacità selettiva di controllo del traffico. Una smentita, quella del diplomatico, che arriva dopo le dichiarazioni del presidente americano, il quale aveva parlato di ventotto navi posamine iraniane colpite dalle forze statunitensi. Ma al di là delle scaramucce verbali, la sostanza militare è che i Guardiani della Rivoluzione dispongono ancora di centinaia, forse migliaia, di piccole imbarcazioni, capaci di deporre ordigni in acque poco profonde e di ritirarsi alla velocità della luce nei labirintici canali naturali che costellano la costa settentrionale dello Stretto.
Il moltiplicatore di forza dei pasdaran tra geografia e tecnologia
La conformazione stessa di Hormuz gioca a favore della strategia difensiva iraniana. Con i suoi fondali che non superano i novanta metri e una miriade di isolotti, piattaforme petrolifere e insenature, lo Stretto si presta a diventare un teatro di guerra ideale per tattiche mordi e fuggi. I pasdaran possono contare su una conoscenza millimetrica di quei fondali, potendo occultare i propri mezzi tra i villaggi di pescatori e le infrastrutture logistiche ancora in piedi, per poi lanciare attacchi a sorpresa contro i mercantili o le stesse navi da guerra della coalizione. Non è un caso che, oltre ai serbatoi di carburante di Bahrein, presi di mira nei pressi dell’aeroporto internazionale, e agli impianti sauditi, anche obiettivi civili come le infrastrutture energetiche di Oman e Emirati Arabi siano finiti nel mirino.
Questa capacità di colpire in modo diffuso, creando incendi e danni ingenti con un dispiegamento di forze relativamente contenuto, sta mettendo in crisi la macchina bellica americana, abituata a confrontarsi con flotte tradizionali e non con sciami di motoscafi. Le immagini del fumo denso levatosi sopra il Bahrein, tanto che le autorità locali hanno raccomandato alla popolazione di tenere le finestre chiuse, sono la cartina di tornasole di una guerra che ha cambiato pelle. I bombardamenti strategici non sono riusciti a decapitare la testa del serpente, per usare una metafora cara alla retorica bellica, e ora gli Stati Uniti si trovano a dover bonificare lo Stretto da mine che potrebbero essere state posate in gran numero, in un tentativo di logoramento che punta a rendere la via d’acqua impraticabile per settimane, se non mesi.
Il nuovo fronte iracheno e l’allargamento del conflitto energetico
L’attacco alle due petroliere ancorate vicino al porto iracheno di Bassora, nel sud del paese, rappresenta un’ulteriore escalation che apre un nuovo fronte marittimo. Le acque territoriali iracrite, teoricamente sotto la protezione delle forze di Baghdad, si sono rivelate vulnerabili quanto quelle del confinante Kuwait o dell’Arabia Saudita. L’incendio divampato a bordo delle navi, spinto dalle fiamme alimentate dal carburante, ha richiesto ore di lavoro per essere domato, mentre le operazioni di ricerca di eventuali dispersi sono ancora in corso. L’Iraq, che già fatica a gestire la propria produzione e le esportazioni, si trova ora a dover fronteggiare un’emergenza nella stessa regione dove sorgono i suoi principali terminal petroliferi.
I continui attacchi ai serbatoi di stoccaggio, alle piattaforme e alle stesse petroliere, stanno innescando una reazione a catena sui prezzi del greggio, che continuano a fluttuare pericolosamente. Ma al di là dell’aspetto meramente economico, ciò che emerge è la determinazione di Teheran a colpire ovunque possibile gli interessi occidentali, anche a costo di allargare il conflitto ad altri paesi del Golfo. Il missile o il drone che hanno centrato la base italiana a Erbil, pur senza causare vittime tra i militari, confermano che nessuna installazione della coalizione può ritenersi al sicuro, nemmeno nella relativamente più tranquilla regione curda. Un segnale chiaro, quest’ultimo, che la guerra non ha più un perimetro definito e che le cosiddette retrovie non esistono più.




