L’Iran semina mine nello Stretto di Hormuz: la guerra navale si sposta sott’acqua
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Redazione Esteri
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La conferma, destinata a ridefinire gli equilibri di uno scenario bellico già di per sé complesso, è arrivata da un funzionario statunitense che ha parlato al New York Times: l’Iran ha effettivamente iniziato a disseminare mine navali nelle acque dello Stretto di Hormuz. L’operazione, messa in atto dopo che i raid congiunti di Stati Uniti e Israele avevano preso di mira le unità di superficie della Marina di Teheran, rappresenta un salto di qualità nella strategia difensiva e offensiva della Repubblica Islamica. Fonti dell’intelligence americana, che monitorano costantemente i movimenti nella regione, riferiscono di come il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione abbia rapidamente riconvertito la propria flottiglia, composta da centinaia di imbarcazioni minute e agili, per trasformarle in posamine. Un adattamento tattico, questo, che rende estremamente complesso per le forze navali avversarie intercettare e neutralizzare la minaccia prima che il dispositivo venga attivato.
Non si tratta, peraltro, di un’arma desueta o di secondaria importanza. Le stime parlano chiaro: l’Islamic Revolutionary Guard Corps Navy avrebbe a disposizione un arsenale che oscilla tra le tremila e le seimila unità, alcune delle quali dotate di tecnologie sofisticate in grado persino di discriminare – attraverso sensori acustici e magnetici – tra lo scafo di una petroliera e quello di un’unità militare. Un livello di selettività che, se confermato, innalzerebbe notevolmente la posta in gioco. L’obiettivo dichiarato, o quantomeno desumibile dalle azioni sul campo, sembra essere quello di trasformare lo Stretto – attraverso il quale transita circa il venti per cento del petrolio mondiale – in una trappola letale e imprevedibile. Il nuovo leader supremo dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha del resto già avallato questa linea, affermando in una delle sue prime dichiarazioni pubbliche che "la leva del blocco dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata".
La replica di Washington e l’appello alle petroliere
Di fronte a questa escalation silenziosa ma estremamente concreta, la reazione dell’amministrazione Trump non si è fatta attendere, articolandosi su più piani. Da un lato, il presidente ha rilanciato con la consueta verve retorica, invitando gli equipaggi delle navi commerciali a non farsi intimidire: in un’intervista a Fox News, Trump ha esortato le petroliere ad attraversare lo Stretto "mostrando un po’ di coraggio", minimizzando al contempo la capacità offensiva di Teheran ("non hanno una Marina, abbiamo affondato tutte le loro navi"). Dall’altro lato, il Pentagono ha messo in campo una risposta operativa concreta. I Marines sono stati dispiegati e si parla ormai di una scorta navale sistematica, con il presidente che ha confermato ai giornalisti che le operazioni di scorta alle petroliere inizieranno "presto". Un’ammissione, questa, che certifica di fatto il pericolo reale per la navigazione civile.
Nel frattempo, l’azione militare prosegue senza sosta. Gli Stati Uniti hanno rivendicato un pesante bombardamento sull’isola di Kharg, considerata la spina dorsale del sistema di esportazione petrolifera iraniano. Sebbene Trump abbia dichiarato di aver risparmiato deliberatamente le infrastrutture petrolifere per "motivi di decenza", l’avvertimento è stato netto: se lo Stretto verrà chiuso o anche solo ostacolato, quell’immunità verrà meno e l’isola verrà colpita duramente. Una minaccia che pende come una spada di Damocle sull’economia iraniana, già stremata dalle sanzioni.
Le dinamiche geopolitiche e il nodo energetico
La crisi in atto, tuttavia, non può essere letta solo attraverso la lente dello scontro diretto tra Washington e Teheran. Le sue ripercussioni si allargano a macchia d’olio, investendo gli equilibri globali. La decisione della Casa Bianca di concedere una deriva temporanea di trenta giorni per l’acquisto di petrolio russo – una mossa che ha sollevato più di un sopracciglio tra gli alleati europei – indica quanto l’amministrazione americana sia preoccupata per l’impennata dei prezzi dell’energia. Il Segretario di Stato ad interim, in un’intervista rilasciata poche ore fa, ha tentato di smorzare le polemiche, sottolineando che si tratta di una misura temporanea e necessaria per calmierare i mercati, ma l’impressione è che la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente stiano iniziando a intrecciarsi pericolosamente, con Mosca che potrebbe trarre vantaggio da entrambi i fronti.
Sul terreno, la situazione resta incandescente. Nonostante le sirene e gli allarmi, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza a Teheran per la Giornata di Gerusalemme, in un chiaro segnale di sfida alla leadership e per dimostrare che il paese non si piega. Dall’altra parte, Israele continua a colpire obiettivi in profondità, mentre la Francia – in consultazione con altri partner europei e asiatici – starebbe valutando l’invio di proprie navi da guerra per scortare gli scambi commerciali. Il rischio concreto, con l’inizio della posa delle mine, è che la guerra diventi ancora più invisibile e ancora più lunga: dragare un canale minato, come insegna la storia navale, può richiedere anni e paralizzare il commercio per un tempo indefinito, ben oltre la durata delle ostilità.




