La nuova tattica dell'Iran nello Stretto di Hormuz: mine posate da piccole imbarcazioni
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Redazione Esteri
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L’attenzione degli analisti militari e dei comandi statunitensi è tornata a concentrarsi sullo Stretto di Hormuz, dove il regime di Teheran avrebbe modificato radicalmente le proprie tattiche per contrastare la supremazia navale avversaria. Stando a quanto riferito da un funzionario americano al New York Times, le forze iraniane avrebbero dato il via al posizionamento di mine nelle acque del golfo, utilizzando però, e qui sta la novità, non già grandi unità navali, facile preda dell'aviazione e della marina a stelle e strisce, bensì sciami di piccole imbarcazioni. Si tratta di un adattamento tattico reso necessario dalle pesanti perdite subite dalla flotta regolare e dai pasdaran nei primi giorni dell'operazione Epic Fury; il Pentagono, infatti, aveva già rivendicato la distruzione di numerosi posamine di grossa taglia, quelli che tradizionalmente avrebbero potuto seminare ordigni in tempi rapidi lungo la via d'acqua attraverso cui transita, occorre ricordarlo, circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto.
La nuova strategia, della quale hanno fornito dettagli sia la CNN che, successivamente, il quotidiano newyorkese, appare fondata sull'impiego di unità minute, veloci e difficili da inquadrare con i sistemi radar, specialmente se immesse in gran numero. Questi natanti, che i guardiani della rivoluzione hanno lungamente utilizzato in passato per azioni di disturbo e molestia ai danni dei mercantili o delle stesse navi da guerra americane, trasporterebbero ciascuno un numero limitato di ordigni, forse due o tre, procedendo a depositarli in zone prestabilite. Sebbene il metodo appaia meno efficiente di un posamento condotto con mezzi specializzati, la preoccupazione degli analisti statunitensi risiede nella capacità potenziale di Teheran di moltiplicare gli sforzi: le fonti di intelligence citate dai media parlano chiaro, e indicano come l’Iran conservi ancora tra l’80 e il 90 per cento della propria flottiglia di piccole unità, il che si traduce nella possibilità concreta di saturare lo Stretto con centinaia di mine in un arco di tempo relativamente breve.
La risposta di Washington, filtrata attraverso i canali social del presidente Donald Trump e del segretario alla Difesa Pete Hegseth, non si è fatta attendere. Il comandante in capo, tramite il suo account su Truth Social, ha dapprima lanciato un avvertimento inequivocabile, minacciando conseguenze militari a un livello mai visto prima qualora gli ordigni non fossero stati rimossi, per poi annunciare, a poche ore di distanza, la distruzione di dieci, e successivamente sedici, tra imbarcazioni e navi posamine iraniane sorprese nell’atto di operare nello Stretto. Hegseth, dal canto suo, ha parlato di eliminazioni condotte con “precisione spietata” su ordine diretto della Casa Bianca, ribadendo il concetto che gli Stati Uniti non permetteranno a quelli che ha definito “terroristi” di tenere in ostaggio una rotta marittima fondamentale per l'economia globale. Centcom, il comando centrale americano, ha persino diffuso filmati non classificati che mostrano l’impatto dei missili sui natanti iraniani, a testimonianza della volontà di mostrare forza e deterrenza.
Il diniego di Teheran e la posta in gioco energetica
Di fronte a queste ricostruzioni, la diplomazia iraniana ha tentato di gettare acqua sul fuoco, per quanto possibile. Il viceministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi, ha negato con decisione che il suo paese stia minando lo Stretto, definendo tali accuse infondate e ribadendo, in un’intervista all'AFP, la cooperazione di Teheran con alcune nazioni per garantire il transito. Una smentita che cozza però con le dichiarazioni del nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, il quale, sempre secondo quanto riportato, avrebbe invece esplicitamente chiesto di continuare a utilizzare la “leva” della chiusura dello Stretto, aprendo al contempo nuovi fronti nel conflitto in corso con Stati Uniti e Israele. Una linea dura che lascia presagire un'escalation, non certo una distensione.
Sul piano concreto, l'effetto combinato delle operazioni militari e della minaccia rappresentata dalle mine, anche solo potenziale, ha già prodotto conseguenze drammatiche per i flussi energetici. Il transito delle petroliere si è ridotto a un rivolo, con poche unità che osano sfidare il blocco, e i prezzi del greggio hanno subito impennate vertiginose, superando abbondantemente la soglia dei cento dollari al barile e innescando timori di inflazione a livello mondiale. Per far fronte a questa crisi di offerta, l'amministrazione Trump ha messo in campo una mossa che ha del paradossale, concedendo una licenza temporanea della durata di trenta giorni per l'acquisto di petrolio russo attualmente bloccato in mare. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha spiegato che si tratta di una misura mirata e di breve durata, volta ad ampliare la portata globale delle forniture esistenti e a stabilizzare mercati resi nervosi dall'incertezza, assicurando che questa decisione non porterà significativi benefici finanziari al governo di Mosca, dal momento che la maggior parte delle entrate per il Cremlino deriva dalle tasse riscosse al momento dell'estrazione. Una mossa, questa, che segue una analoga deroga concessa in precedenza all'India e che rivela tutta la difficoltà di gestire una crisi energetica innescata da un conflitto su vasta scala.




