Trump all’Iran: conseguenze mai viste se non rimuovete le mine dallo Stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione nello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio mondiale, è arrivata a un punto di rottura. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un ultimatum chiaro e minaccioso a Teheran, dopo che fonti dell’intelligence americana, citate dalla Cnn, hanno riferito come l’Iran abbia effettivamente iniziato a posizionare mine nelle acque dello stretto. L’allarme, rilanciato da due fonti a conoscenza dei rapporti riservati, parla di decine di ordigni piazzati negli ultimi giorni, una mossa che di fatto rappresenterebbe una minaccia diretta non solo alla navigazione commerciale, ma all’intero equilibrio energetico globale. La reazione di Trump non si è fatta attendere, e attraverso i canali social ha voluto ribadire con forza la linea della Casa Bianca, in un momento in cui il conflitto con l’Iran sembra non conoscere tregua e anzi, rischia un’escalation dalle proporzioni inedite. Il presidente è stato categorico: se le mine non verranno rimosse immediatamente, le conseguenze militari per il regime degli ayatollah saranno a un livello mai visto prima. Una dichiarazione, questa, che segue di poche ore le voci, sempre provenienti dagli apparati di sicurezza statunitensi, circa la preparazione iraniana a compiere proprio questa mossa. E se da un lato lo stesso Trump ha voluto precisare che non vi sarebbero conferme ufficiali sul posizionamento degli ordigni, dall’altro ha chiarito che qualora l’operazione fosse in corso, gli Stati Uniti pretendono un passo indietro immediato. “Se per qualsiasi motivo – ha scritto il presidente – sono state piazzate delle mine e queste non vengono rimosse, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima”. Dall’altra parte, un eventuale gesto di distensione, come la rimozione di quanto eventualmente già posizionato, verrebbe interpretato dall’amministrazione americana come un passo da gigante nella giusta direzione.

La minaccia di una risposta spropositata per difendere il flusso di greggio

Il nodo cruciale, attorno a cui ruota l’intera vertenza, rimane comunque quello della libertà di navigazione e della sicurezza delle forniture energetiche. Trump, nel suo intervento, ha voluto essere estremamente preciso anche su questo punto, alzando ulteriormente il livello dello scontro verbale. Il presidente ha minacciato che, nel caso in cui l’Iran dovesse compiere azioni capaci di fermare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, la risposta americana sarebbe sproporzionata e devastante: Teheran verrebbe colpita venti volte più forte di quanto non sia già stata colpita fino a questo momento. Un’affermazione pesantissima, che arriva in una fase in cui gli attacchi nella regione sono all’ordine del giorno e in cui le stesse forze armate statunitensi sono già impegnate in operazioni militari. Secondo quanto riportato da ‘Al Jazeera’, la scorsa notte ci sarebbero stati nuovi attacchi su Teheran e in altre zone del paese, con un bilancio che parlerebbe di almeno quaranta civili uccisi e diverse aree residenziali colpite. Una situazione di guerra conclamata, insomma, nella quale lo spettro di una chiusura dello stretto rappresenterebbe un salto di qualità pericolosissimo, con ripercussioni immediate sui prezzi del greggio, già in aumento, e di conseguenza sui costi dei carburanti a livello globale. La diplomazia, in questo quadro, sembra aver lasciato completamente il passo alla logica delle armi e degli ultimatum, mentre fonti militari americane fanno sapere che, nonostante le operazioni in corso, l’Iran conserverebbe ancora tra l’ottanta e il novanta per cento delle sue piccole imbarcazioni e dei suoi posamine, il che gli permetterebbe di saturare lo stretto con centinaia di ordigni in pochissimo tempo.

Il conflitto si allarga: dalla Giordania alla Turchia, nuovi fronti e dispiegamenti

Il quadro mediorientale, già di per sé incandescente, si complica ulteriormente con l’allargarsi del conflitto ad altri attori e la moltiplicazione dei fronti. Nonostante la guerra in corso, la notizia del minamento dello stretto ha gelato gli ambienti diplomatici e militari occidentali, consapevoli della fragilità di quell’equilibrio e della dipendenza globale da quel passaggio. In questo clima, non sono mancate azioni di ritorsione e colpi inferti dalle parti in causa. Secondo alcune ricostruzioni, missili iraniani avrebbero preso di mira una base tedesca situata in Giordania, un attacco che, se confermato, rappresenterebbe un’estensione del raggio d’azione e degli obiettivi di Teheran, andando a colpire direttamente alleati europei degli Stati Uniti. Parallelamente, la Turchia, in una mossa che testimonia il livello di allarme nella regione, ha iniziato a dispiegare i suoi sistemi missilistici Patriot. Una decisione, quella di Ankara, che appare prettamente difensiva e volta a proteggere il proprio spazio aereo e i propri confini da eventuali escalation o cadute di frammenti, ma che al contempo indica come il conflitto stia spingendo anche paesi tradizionalmente cauti a prendere posizione e a rafforzare la propria postura militare. Lo schieramento dei Patriot, del resto, giunge in un momento in cui i raid si susseguono senza sosta: le stesse fonti che hanno riportato gli attacchi su Teheran parlano di una notte di bombardamenti intensi sulla capitale iraniana, con obiettivi che, secondo quanto riferito, avrebbero incluso anche zone residenziali, provocando vittime tra la popolazione civile e aumentando la pressione interna sul regime.

La posizione ambigua di Trump e la reale portata della minaccia iraniana

Rimane, sullo sfondo di questa crisi gravissima, l’atteggiamento in qualche modo ondivago dello stesso presidente americano, il quale da un lato rilancia minacce inaudite e dall’altro prende le distanze dalle notizie che hanno innescato la reazione. Nel suo messaggio, infatti, Trump ha tenuto a sottolineare come gli Stati Uniti non avessero notizie certe in merito al posizionamento delle mine, quasi a voler lasciare uno spiraglio per un dietrofront iraniano che scongiuri il peggio. Ma la macchina da guerra, ormai, sembra essere in moto, e gli stessi rapporti dell’intelligence, filtrati attraverso i media americani come la Cnn, parlano di preparativi concreti da parte di Teheran, che avrebbe già messo in acqua alcune decine di ordigni. Una fonte ha voluto precisare che la capacità offensiva navale iraniana, in termini di piccole imbarcazioni e posamine, è ancora intorno all’80-90 per cento, il che significa che la minaccia potrebbe materializzarsi in modo massiccio e rapidissimo, con il posizionamento di centinaia di mine capaci di interdire completamente il traffico marittimo. La posta in gioco è altissima, e l’escalation verbale di Trump, con la promessa di colpire l’Iran venti volte più forte di quanto già fatto, sembra voler dissuadere Teheran dal compiere il passo fatale, pur in un contesto in cui la guerra è già una tragica realtà e le vittime civili continuano ad aumentare, complici raid che non risparmiano i centri abitati.

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