La minaccia di Trump all'Iran: “Se lo Stretto di Hormuz viene minato, conseguenze mai viste”
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un ultimatum senza precedenti alla Repubblica Islamica dell'Iran, mettendo in guardia Teheran sulle gravissime ripercussioni di un'eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz. La tensione, già elevatissima dopo l'inizio dell'operazione militare congiunta con Israele iniziata lo scorso 28 febbraio, ha raggiunto una nuova, preoccupante escalation. Fonti dell'intelligence americana, come riportato dalla CNN, hanno infatti riferito che l'Iran avrebbe iniziato a posizionare decine di mine navali nelle acque dello Stretto, il passaggio obbligato per circa il 20% del petrolio mondiale. Una mossa, questa, che Trump ha definito inaccettabile, promettendo una reazione militare di proporzioni inedite. Il presidente, in una serie di messaggi pubblicati sul suo profilo Truth Social, è stato chiaro e diretto: se anche solo un sospetto dovesse confermare la presenza di ordigni, questi dovranno essere rimossi immediatamente, altrimenti “le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima”. Una fonte a conoscenza dei rapporti ha sottolineato come Teheran disponga ancora della stragrande maggioranza delle sue piccole imbarcazioni e dei posamine, il che le consentirebbe, in teoria, di saturare l'area con centinaia di questi dispositivi in pochissimo tempo.
La risposta di Teheran e l'allargamento del conflitto
La tensione nello Stretto di Hormuz non è che un tassello di un quadro ben più ampio e complesso, che vede il Medio Oriente in fiamme. Nonostante gli appelli internazionali, le posizioni rimangono distanti e la macchina bellica continua a macinare violenza. Da un lato, gli Stati Uniti, con il supporto di Israele, portano avanti l'operazione militare; dall'altro, l'Iran risponde colpendo obiettivi ritenuti sensibili. Il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie, citato da diversi media, ha minacciato che non sarà consentita l'esportazione di “nemmeno un litro di petrolio” dalla regione fino a quando continueranno le aggressioni, mentre il presidente del parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, ha escluso qualsiasi possibilità di un cessate il fuoco, sostenendo anzi la necessità di “colpire l'aggressore in bocca per dargli una lezione”. La notte scorsa, secondo quanto riferito dall'emittente Al Jazeera, raid aerei hanno colpito zone residenziali della capitale Teheran, causando la morte di almeno quaranta civili, un dato che, se confermato, aggraverebbe ulteriormente il costo umano di questa crisi. Le Forze di difesa israeliane, nel frattempo, hanno continuato a colpire quelle che definiscono infrastrutture di Hezbollah in Libano, in un conflitto che sempre più assume i contorni di una guerra regionale estesa.
Lo scacchiere internazionale e la crisi energetica
Mentre le acque dello Stretto di Hormuz diventano potenzialmente letali per la navigazione, la comunità internazionale osserva con apprensione, cercando di proteggere i propri interessi e cittadini. La Turchia, membro della Nato, ha annunciato il dispiegamento di un sistema di difesa missilistica Patriot nella provincia orientale di Malatya, una mossa volta a rafforzare la protezione del proprio spazio aereo dopo che un missile balistico lanciato dall'Iran era stato intercettato nei cieli turchi. Non solo Ankara: anche l'Australia ha deciso di inviare in Medio Oriente un aereo da sorveglianza e missili per rispondere a una richiesta di assistenza degli Emirati Arabi Uniti, con l'obiettivo dichiarato di proteggere i propri connazionali nella regione, dopo che alcune aree di Dubai erano state colpite da attacchi. Il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha definito la situazione “drammatica”, mentre emergono notizie secondo cui un campo militare della Bundeswehr in Giordania sarebbe stato preso di mira da missili iraniani. L'incertezza e il caos stanno avendo un impatto diretto e immediato sui mercati energetici: la crisi ha già determinato un sensibile incremento dei prezzi del greggio, con inevitabili e pesanti ripercussioni sui costi dei carburanti a livello globale, un effetto collaterale che Trump, nel suo messaggio, ha quasi presentato come un “regalo” a nazioni come la Cina, grandi utilizzatrici della via d'acqua.
La posizione della Casa Bianca e le vittime civili
La linea della Casa Bianca, per bocca del presidente Trump, è di una durezza che non lascia spazio a fraintendimenti. Il presidente ha ribadito che se l'Iran dovesse compiere qualsiasi atto volto a fermare il flusso di petrolio, verrebbe colpito “venti volte più forte di quanto non sia stato colpito finora”. Una minuncia che arriva in un contesto in cui il bilancio delle vittime, secondo fonti iraniane, continua a salire: la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha riferito di centinaia di donne e minori uccisi nei raid, mentre l'ambasciatore iraniano all'Onu, Amir Saeid Iravani, ha denunciato la distruzione di migliaia di siti civili, inclusi complessi residenziali, strutture sanitarie e scuole. Dati, questi, difficilmente verificabili in modo indipendente ma che dipingono un quadro di devastazione e sofferenza che coinvolge sempre più la popolazione civile. Nel frattempo, il Pentagono, con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha fatto sapere che il Comando Centrale americano (CENTCOM) continua a eliminare con “precisione spietata” le imbarcazioni iraniane, su ordine diretto del presidente, mentre Trump stesso ha assicurato che lo Stretto di Hormuz rimarrà “sicuro” per la navigazione internazionale, un impegno che, alla luce delle mine e delle minacce reciproche, appare quanto mai gravido di conseguenze.




