Trump: "Se l'Iran ha minato lo Stretto di Hormuz, conseguenze mai viste prima"
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Redazione Esteri
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La tensione nello Stretto di Hormuz, quel sottile corridoio d'acqua attraverso il transita circa un quinto del petrolio mondiale, è arrivata a un punto di rottura che difficilmente si era registrato in passato. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha reagito con una durezza senza precedenti alle indiscrezioni, rilanciate dalla Cnn, secondo cui Teheran avrebbe iniziato a posizionare ordigni esplosivi in quelle acque strategicamente vitali. Lo stesso inquilino della Casa Bianca, utilizzando la sua piattaforma Truth Social, ha lanciato un ultimatum chiaro e privo di ambiguità: le mine, se realmente collocate, dovranno essere rimosse immediatamente. In caso contrario, ha aggiunto, le conseguenze militari per la Repubblica Islamica saranno “a un livello mai visto prima”. Una minaccia, questa, che arriva al culmine di una settimana già segnata da pesanti bombardamenti americani e israeliani sul territorio iraniano, operazioni che, stando a quanto riportano fonti internazionali, sarebbero costate la vita anche alla Guida Suprema Ali Khamenei.
Una trappola galleggiante nel collo di bottiglia del greggio
Secondo quanto ricostruito da due fonti a conoscenza dei rapporti dell'intelligence statunitense, e citate dall'emittente americana, l'Iran avrebbe messo in acqua diverse decine di mine nel corso degli ultimi giorni. Un'attività, quella del mining navale, che al momento non avrebbe ancora raggiunto dimensioni massicce, ma che preoccupa non poco gli analisti militari per la capacità residua dei Pasdaran. Le forze navali del delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che di fatto controllano lo Stretto, conserverebbero infatti tra l'80% e il 90% delle loro piccole imbarcazioni e delle navi posamine, un potenziale che tecnicamente permetterebbe loro di disseminare l'area con centinaia di ordigni in pochissimo tempo. La mossa, se confermata, trasformerebbe quella sottile via d'acqua in un'autentica trappola per le petroliere, di fatto già inagibile dall'inizio delle ostilità. Le stesse fonti hanno sottolineato come l'Iran abbia la capacità di creare un vero e proprio “calvario” per le navi, unendo le mine a barchini esplosivi e batterie di missili costieri.
La risposta militare americana e le operazioni in corso
La replica di Washington, va detto, non si è limitata alle parole. Nel momento in cui Trump diffondeva il suo messaggio, le forze armate statunitensi erano già all'opera. Il presidente, sempre tramite i suoi canali social, ha annunciato che nell'arco di poche ore le sue truppe hanno “colpito e completamente distrutto 10 imbarcazioni e navi posamine inattive” nello Stretto di Hormuz, promettendo che altri attacchi sarebbero seguiti. Un’azione, questa, presentata come l’applicazione delle stesse tecnologie missilistiche impiegate contro i narcotrafficanti nei Caraibi, finalizzata a eliminare qualsiasi minaccia prima che possa diventare operativa. Il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha definito l'operazione una dimostrazione di “precisione spietata”, ribadendo che gli Stati Uniti non permetteranno a un “regime indebolito” di tenere in ostaggio una via d'acqua cruciale per l'economia globale. Le conseguenze sul mercato del greggio, va da sé, non hanno tardato a manifestarsi, con un'impennata dei prezzi del petrolio e, di riflesso, di quelli dei carburanti a livello internazionale, innescando una volatilità che gli analisti faticano a contenere.




