Raid Usa in Iran, Teheran chiude Hormuz. Trump smentisce: «È aperto»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto un nuovo, pericoloso punto di rottura, con accuse reciproche e azioni militari che si susseguono a ritmo serrato, gettando un'ombra lunga sulla stabilità dell'intera regione del Golfo. Nella tarda serata di domenica, gli Stati Uniti hanno portato a termine una terza ondata di attacchi aerei contro il territorio iraniano, un'operazione che il Comando Centrale americano (Centcom) ha motivato come risposta diretta al presunto coinvolgimento di Teheran nell'attacco a una nave mercantile avvenuto nello Stretto di Hormuz.

Le forze statunitensi hanno impiegato munizioni di precisione per colpire decine di obiettivi in diverse località dell'Iran, con l'obiettivo dichiarato di indebolire la capacità del regime di minacciare il traffico marittimo internazionale, un'azione che Washington considera essenziale per tutelare la libertà di navigazione in uno dei punti nevralgici del commercio globale.

La risposta di Teheran e l'incendio nel Golfo

La reazione di Teheran non si è fatta attendere e si è concretizzata su un doppio binario, diplomatico e militare. Il ministero degli Esteri iraniano ha condannato «fermamente» i raid statunitensi, accusando Washington di aver «vanificato tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi» per ristabilire la pace, citando in particolare il memorandum d'intesa concluso a giugno. Secondo la dichiarazione ufficiale, gli Usa avrebbero «violato apertamente praticamente tutti i termini» di quell'accordo, causando il «ritorno dell'insicurezza» nello Stretto di Hormuz.

Sul fronte operativo, i Guardiani della Rivoluzione Iraniana (pasdaran) hanno rivendicato il lancio di missili contro obiettivi e basi militari statunitensi situate in Giordania, Bahrein e Kuwait, un'escalation che allarga il conflitto oltre i confini nazionali iraniani e coinvolge direttamente gli alleati di Washington nell'area.

La smentita di Trump e le ripercussioni sul petrolio

In un contesto di crescente allarme internazionale, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è intervenuto per smorzare sul nascere le voci di una chiusura totale dello Stretto di Hormuz. Intervistato dalla NBC, Trump ha dichiarato con nettezza: "Hormuz è aperto", contraddicendo di fatto le narrazioni che parlavano di un blocco navale imposto dall'Iran.

Questa dichiarazione, che mira a rassicurare i mercati e gli alleati, arriva mentre il prezzo del petrolio registra un rialzo di oltre il 3,5%, un'impennata che riflette la preoccupazione degli operatori per un eventuale interruzione delle forniture provenienti dal Golfo Persico. La posizione di Trump si configura come un tentativo di esercitare un controllo narrativo su un evento che rischia di avere conseguenze economiche globali, ribadendo la determinazione americana a mantenere aperta la via d'acqua nonostante le minacce iraniane.

Il fronte diplomatico e le opzioni sul tavolo

Sul piano diplomatico, l'ambasciatore americano all'ONU, Waltz, ha alzato ulteriormente il tono dello scontro in un'intervista con ABC News, accusando l'Iran di violare il diritto internazionale «attaccando la navigazione civile, le infrastrutture civili, gettando mine nelle vie navigabili internazionali e comportandosi come un regime genocida e irresponsabile». Le parole di Waltz, pronunciate il giorno dopo l'annuncio dei nuovi attacchi statunitensi, lasciano intendere che la Casa Bianca non ha intenzione di arretrare.

Alla domanda sui prossimi passi, l'ambasciatore ha dichiarato che «tutte le opzioni sono sul tavolo», un'ammissione che apre scenari potenzialmente illimitati, sebbene le fonti ufficiali non abbiano fornito dettagli sulle possibili evoluzioni militari, limitandosi a ribadire il diritto degli Stati Uniti a difendere i propri interessi e quelli dei propri alleati nella regione.

Un conflitto a bassa intensità sempre più caldo

La dinamica degli eventi, con attacchi incrociati che si susseguono e si intensificano, dipinge il quadro di un conflitto a bassa intensità che rischia di sfuggire al controllo. I raid statunitensi, descritti come una serie di operazioni mirate per degradare le capacità offensive iraniane, si scontrano con la strategia di ritorsione dei pasdaran, che hanno scelto di colpire le basi americane in Paesi terzi, ampliando il raggio d'azione del conflitto.

In questo scenario, le dichiarazioni di Trump su un Hormuz "aperto" appaiono come un messaggio politico tanto quanto un'affermazione fattuale, volto a rassicurare i partner europei e asiatici, fortemente dipendenti dalle forniture energetiche che transitano attraverso quello stretto, mentre il prezzo del greggio continua a salire e l'incertezza diventa l'unica certezza in un Medio Oriente nuovamente in fiamme.

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