Trump all’Iran: se chiudete Hormuz vi colpiremo venti volte più duramente
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha nuovamente alzato il livello dello scontro verbale con Teheran, ricorrendo a un messaggio pubblicato sui suoi canali social per tracciare una linea rossa chiarissima: qualsiasi tentativo da parte dell'Iran di bloccare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, e qui sta il nodo strategico della questione, verrebbe considerato un atto di guerra a tutti gli effetti, innescando una risposta militare americana di proporzioni inedite. L’avvertimento, diffuso in un momento di massima tensione per le sorti del conflitto in Medio Oriente, è categorico e privo di margini di interpretazione: le forze statunitensi reagirebbero colpendo “venti volte più duramente di quanto non sia stato colpito finora” il nemico, un’escalation che, nelle parole del tycoon, comporterebbe la distruzione di obiettivi facilmente vulnerabili, tali da rendere virtualmente impossibile per la Repubblica Islamica qualunque tentativo di ricostruzione nazionale. Una promessa di “morte, fuoco e furia”, per citare la sua stessa terminologia, che riecheggia minacciosa in un’area già martoriata da oltre una settimana di operazioni militari.
L’ultimatum, che di fatto trasforma il transito petrolifero in un casus belli, si inserisce in un quadro strategico complesso, dove la dimensione bellica si intreccia inestricabilmente con le leve dell’economia globale. Lo Stretto di Hormuz, vero e proprio collo di bottiglia per circa un quinto del petrolio mondiale e per una percentuale significativa del gas naturale liquefatto in commercio, rappresenta l’arteria vitale attraverso cui pulsano i mercati energetici internazionali. Già nelle scorse ore, la semplice minaccia di una sua chiusura, combinata con gli attacchi a mercantili che hanno di fatto paralizzato il traffico nella regione, ha provocato un’impennata vertiginosa delle quotazioni del greggio, con il Brent che ha sfiorato i 120 dollari al barile prima di registrare un parziale e nervoso assestamento. Una fluttuazione che ha indotto la stessa amministrazione Trump a intervenire con una mossa a sorpresa: la sospensione temporanea di alcune sanzioni legate al petrolio, probabilmente quelle che gravano sulle esportazioni russe, nel tentativo di immettere più greggio sul mercato e calmierare i prezzi, una decisione che denota la preoccupazione per le ripercussioni economiche del conflitto anche all’interno dei confini statunitensi.
Il tabellone geopolitico dopo la telefonata con Putin
Mentre le portaerei solcano le acque del Golfo e i droni sorvolano i cieli iraniani, il presidente americano non ha interrotto i canali della diplomazia parallela, anzi, li ha utilizzati con la consueta disinvoltura. In una lunga telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, della quale lo stesso Trump ha voluto dare notizia, si è discusso a tutto tondo della crisi mediorientale e, inevitabilmente, del perdurare del conflitto in Ucraina. Dal racconto del leader della Casa Bianca, filtrato attraverso brevi dichiarazioni alla stampa, emerge la volontà di Putin di offrirsi come possibile facilitatore per la stabilizzazione della regione, una disponibilità che Trump avrebbe prontamente ricollegato alla necessità di vedere progressi concreti anche sul fronte ucraino, suggerendo al Cremlino che il modo migliore per essere d’aiuto in Medio Oriente sarebbe quello di contribuire a chiudere il capitolo della guerra in Europa orientale. Una ridda di contatti che rivela quanto il conflitto in Iran non sia una questione isolata, ma un tassello che si muove all’interno di un più ampio e fragile equilibrio globale, dove ogni attore cerca di trarre il massimo vantaggio dalle mosse altrui.
La nuova Guida Suprema nel mirino e le opzioni sul tavolo
Sullo sfondo di queste minacce e trattative, si staglia la nuova realtà istituzionale iraniana, segnata dalla recente elezione di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema, succeduta alla morte del padre, l’ayatollah Ali Khamenei, avvenuta nei primi giorni dell’offensiva statunitense. Una successione che Trump ha pubblicamente bollato come un “errore”, esprimendo la sua delusione per la scelta di una figura che, a suo dire, perpetuerà le stesse politiche estremiste del predecessore. Tuttavia, nonostante i toni roventi e la retorica bellicista, il presidente americano sembra lasciar intravedere uno spiraglio, una possibile via d’uscita diversa dall’annientamento totale. Nel ribadire che la guerra, a suo giudizio, è “praticamente finita” grazie alla distruzione della marina e dell’aeronautica iraniana, ha accarezzato l’idea di una soluzione sul modello venezuelano: una leadership interna, magari espressione di un altro fronte politico o militare, che possa prendere in mano le redini del paese e avviare un processo di pacificazione e riapertura. Una prospettiva che, se da un lato esclude un’occupazione prolungata sul terreno, dall’altro rilancia l’incognita su chi possa realmente emergere dalle macerie del regime e su quali garanzie possa offrire a un’amministrazione americana che, nelle parole del suo stesso presidente, non si fermerà finché il nemico non sarà “totalmente e decisivamente sconfitto”.




