La notte dei missili su Tel Aviv e la minaccia di Trump sullo stretto di Hormuz
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Redazione Esteri
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Il cielo sopra Tel Aviv si è illuminato nella serata di venerdì tredici marzo, squarciato dalla scia di missili lanciati dall’Iran, mentre le sirene dell’allarme antiaereo riecheggiavano tra i palazzi della metropoli israeliana. Un attacco che giunge nel contesto di una escalation ormai giunta al quindicesimo giorno di scontri aperti, e che ha visto poche ore prima un’operazione militare statunitense di ampia portata condotta contro l’isola di Kharg, il terminale strategico da cui transita la quasi totalità del greggio iraniano. Il presidente Donald Trump, prima di salire a bordo dell’Air Force One con destinazione Florida, ha rotto il silenzio con un messaggio sul suo social, Truth, rivendicando la distruzione di quelli che ha definito "tutti gli obiettivi militari" presenti sull’isola, non senza precisare – e la precisazione suona come una clausola sospensiva carica di tensione – di aver deliberatamente risparmiato le infrastrutture petrolifere, il vero nervo scoperto dell’economia di Teheran. Erano circa le venti, ora locale, quando i caccia sono entrati in azione, e il Pentagono, per bocca del segretario alla Difesa Pete Hegseth, aveva già preannunciato nelle ore precedenti un’intensificazione senza precedenti delle incursioni, con un numero di sortite destinato a crescere ancora.
Il raid su Kharg e l’ultimatum sullo stretto
L’isola di Kharg, nella sua essenza di piattaforma esportatrice, rappresenta da sempre un obiettivo sensibile, e gli Stati Uniti hanno colpito deponendo ordigni su depositi di mine navali e bunker per missili, come confermato dal Comando Centrale americano, che ha parlato di oltre novanta obiettivi militari centrati. La scelta di non intaccare i serbatoi e i terminali di carico, attraverso cui fluisce il novanta per cento del petrolio iraniano diretto verso i mercati asiatici e non solo, appare tutt’altro che un atto di clemenza, bensì un messaggio calibrato: quella risorsa vitale è nel mirino, ma la sua incolumità è subordinata a una condizione precisa. Trump, nel suo post, ha avvertito che qualora dovessero verificarsi interferenze con la libera e sicura navigazione delle navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz, il caveat verrebbe immediatamente revocato, aprendo la strada alla distruzione anche delle strutture energetiche. Uno scenario, quest’ultimo, che farebbe precipitare i prezzi del greggio – già balzati ai livelli più alti dall’estate del 2022 – in una spirale potenzialmente incontrollabile, con ripercussioni globali che spazierebbero dall’inflazione sui trasporti alla sicurezza alimentare di paesi lontani dal teatro bellico, come quelli del continente africano, dipendenti dalle importazioni che attraversano quel collo di bottiglia marittimo.
I missili su Tel Aviv e l’impatto nel sud di Israele
Mentre le fiamme e il fumo si levavano dall’isola di Kharg, la risposta iraniana non si è fatta attendere sul fronte israeliano. I razzi balistici, alcuni dei quali potrebbero aver trasportato testate a grappolo secondo quanto riportato da fonti locali, hanno seminato panico e distruzione. Se nella zona di Tel Aviv i danni maggiori sembrano limitati a un incendio divampato in un magazzino nei pressi di una autostrada, con i soccorritori del Magen David Adom che non hanno inizialmente rilevato vittime, ben più grave è il bilancio nel sud del paese. Nella cittadina di Eilat, un ragazzino di appena dodici anni è stato raggiunto dalle schegge, riportando ferite che i medici dell'ospedale Yoseftal hanno giudicato gravi, e accanto a lui un uomo di trentanove anni è rimasto ferito in modo meno serio. Le schegge, probabilmente frammenti dei missili intercettati o parti delle testate esplose in aria, hanno solcato il cielo piovendo su strade e abitazioni, lasciando sull’asfalto una grossa buca che testimonia la violenza dell’impatto e il pericolo corso da chiunque si trovasse all’aperto in quel frangente. Le forze di difesa israeliane hanno confermato il lancio di missili, attivando tutti i sistemi di intercettazione e invitando la popolazione a rimanere nei rifugi.
L’ambasciata a Baghdad e il fronte libanese
Il conflitto, lungi dal rimanere circoscritto ai confini iraniani e israeliani, si sta allargando a macchia d’olio, coinvolgendo altre nazioni e interessi occidentali. A Baghdad, nella serata di sabato, un drone ha preso di mira il complesso dell’ambasciata degli Stati Uniti, con fonti irachene che hanno riferito di una colonna di fumo visibile all’interno della zona verde. L’attacco, rivendicato da gruppi filo-iraniani, ha colpito, secondo alcune ricostruzioni, l’eliporto della rappresentanza diplomatica, danneggiando i sistemi di difesa contraerea presenti. Un’azione che segue di poche ore le notizie, riportate dal sito Axios, secondo cui Israele starebbe pianificando un’operazione di terra in Libano di vaste proporzioni, la più ampia dal 2006, con l’obiettivo dichiarato di spingersi fino al fiume Litani per smantellare le infrastrutture militari di Hezbollah. Un’eventuale invasione, che potrebbe comportare l’occupazione prolungata del sud libanese, rischierebbe di trascinare Beirut al centro della bufera, con conseguenze devastanti per la popolazione civile e per la stabilità di un paese già provato da anni di crisi. Nel frattempo, il bilancio delle vittime continua a salire, e se le cifre ufficiali parlano di migliaia di morti – la maggior parte dei quali in Iran, ma un numero crescente anche in Libano e nel Golfo – la sensazione è che la regione si trovi di fronte a un punto di non ritorno, con gli attori internazionali divisi tra la necessità di contenere l’escalation e la difficoltà di trovare un canale di dialogo ancora funzionante.




