Hormuz di nuovo bloccato, Teheran nega la tregua. Trump: «Mille missili pronti, se mi uccidono spazzo via l'Iran»
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Redazione Esteri
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La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a toccare livelli che sembravano ormai alle spalle, dopo le fragili intese raggiunte in estate. La Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane ha annunciato, attraverso l'agenzia di stampa turca Anadolu, la chiusura dello Stretto di Hormuz fino a nuovo avviso, un atto di forza che segue di poche ore il lancio di un missile contro una nave cargo in transito nelle acque del Golfo Persico.
La mossa di Teheran, che nelle intenzioni dichiarate dai comandanti militari dovrebbe protrarsi per almeno un mese, ha innescato una reazione immediata da parte di Washington, con una nuova ondata di raid che ha colpito obiettivi riconducibili al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. La Casa Bianca, attraverso la voce del presidente Donald Trump, ha alzato ulteriormente il tono dello scontro, paventando una risposta sproporzionata e devastante nel caso in cui la vita del capo di Stato americano venisse minacciata da un attentato ordito da Teheran.
La nuova minaccia di Trump e i mille missili puntati contro la Repubblica Islamica
Nel mezzo di questa escalation, che ha riportato il conflitto a una fase di stallo armato dopo i recenti tentativi di distensione, il presidente Donald Trump ha diffuso un messaggio dal tono inequivocabile attraverso il suo social network Truth, nel quale ha rivendicato la piena prontezza operativa dell'apparato militare statunitense.
Il presidente ha scritto che mille missili sono già pronti al lancio e puntati contro l'Iran, con migliaia di altri proiettili che seguirebbero immediatamente se il governo iraniano dovesse mettere in atto la minaccia, proclamata in ogni angolo del globo, di assassinare o tentare di assassinare il presidente in carica degli Stati Uniti.
In quella che appare come una dichiarazione a metà tra l'avvertimento strategico e la promessa di una rappresaglia totale, Trump ha usato il verbo "decimare" e "distruggere completamente" per descrivere il destino che attenderebbe la Repubblica Islamica, sebbene un simile esito sia subordinato al verificarsi di un evento che, al momento, appartiene ancora al regno delle ipotesi e delle intelligence più allarmate.
I raid già in corso, che hanno provocato danni a infrastrutture logistiche e depositi di munizioni, rappresentano la risposta immediata alla chiusura dello Stretto e all'attacco alla nave cargo, ma la minaccia presidenziale apre uno scenario di conflitto totale che nessun analista, fino a poche settimane fa, aveva ritenuto plausibile in tempi così ristretti.
La mediazione dell'Oman e il progetto delle due rotte separate per Hormuz
In questo quadro di crescenti ostilità, che vede i primi scontri missilistici e le manovre navali contrapposte, il sultanato dell'Oman sembra voler giocare una carta diplomatica che potrebbe rappresentare l'unico argine a un'escalation fuori controllo.
Fonti vicine ai mediatori hanno riferito di una proposta, avanzata da Mascate, che prevede la gestione dello Stretto di Hormuz attraverso due rotte a controllo separato, una per ciascuna delle parti in conflitto, al fine di garantire il transito delle petroliere e delle navi mercantili senza che ciascuna fazione possa esercitare un blocco totale sulla via d'acqua.
Il progetto, che richiederebbe un complesso meccanismo di verifica e una garanzia reciproca sulla sicurezza delle navi battenti bandiera dei Paesi terzi, è al momento al centro di colloqui riservati che coinvolgono anche diplomatici europei, i quali vedono nella soluzione omanita un modo per scongiurare il collasso del mercato petrolifero globale, già scosso dall'impennata dei prezzi nelle ultime ore.
La chiusura annunciata dalle Guardie rivoluzionarie rischia di bloccare circa un quinto del petrolio mondiale transitante per quella strettoia, e gli Stati Uniti, pur avendo ribadito il diritto alla libertà di navigazione, non hanno ancora fornito un riscontro ufficiale alla proposta dell'Oman, limitandosi a prendere atto del tentativo di mediazione.
Il cessate il fuoco negato da Teheran e le accuse di violazione dell'intesa
A complicare ulteriormente il quadro, sul fronte diplomatico si registra una divergenza totale tra le letture offerte da Washington e Teheran riguardo alla tregua siglata a giugno. Il presidente Trump ha ribadito che il cessate il fuoco va considerato terminato, pur confermando la disponibilità americana a proseguire i colloqui, ma il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha respinto al mittente questa interpretazione, accusando gli Stati Uniti di aver violato per primi l'intesa e sostenendo, al contrario, che l'Iran abbia mantenuto la parola data sugli impegni presi in sede negoziale.
Araghchi, che ha avuto colloqui telefonici con i colleghi di Oman e Turchia per coordinare una posizione comune, ha negato l'esistenza di un mandato per nuovi negoziati, mentre da alcune fonti statunitensi citate dalla Cbs News emerge una ricostruzione diversa, secondo la quale Teheran avrebbe ammesso che a colpire le navi mercantili e a innescare la reazione americana sarebbe stato un gruppo di estremisti fuori controllo, non allineato con le direttive del governo centrale.
Questa ammissione, se confermata, potrebbe aprire uno spiraglio per una de-escalation che al momento però appare remota, viste le posizioni irrigidite e le minacce incrociate che tengono il mondo con il fiato sospeso sulle sorti di una delle rotte marittime più strategiche del pianeta.
La situazione, nel frattempo, continua a evolversi in tempo reale, con le cancellerie europee che monitorano con preoccupazione ogni movimento delle flotte e ogni dichiarazione proveniente dai due leader, in attesa di capire se la proposta omanita potrà davvero trasformarsi in un tavolo tecnico capace di separare i contendenti. Lo scenario peggiora di ora in ora, e la finestra per una soluzione diplomatica, seppur ancora teoricamente aperta, si restringe sotto il peso delle minacce e delle rappresaglie che ormai scandiscono il ritmo quotidiano del Golfo Persico.




