Trump: “Le compagnie petrolifere usino lo Stretto di Hormuz, non ci sono mine”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un messaggio chiaro alle compagnie petrolifere internazionali, invitandole a riprendere senza timori il transito attraverso lo Stretto di Hormuz, nonostante le crescenti tensioni con l’Iran e le minacce di Teheran di bloccare la via d’acqua fondamentale per gli approvvigionamenti energetici globali. Rispondendo ai giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha dichiarato senza mezzi termini che, a suo avviso, le petroliere dovrebbero attraversare lo Stretto, minimizzando il pericolo rappresentato dalle mine. “Non credo” che ce ne siano, ha affermato, facendo riferimento alle presunte attività di minamento da parte iraniana, e ha aggiunto un dettaglio operativo non di poco conto per supportare la sua tesi: “in una notte abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine”. Questa dichiarazione arriva in un contesto di scontro aperto, dopo l’inizio dell’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano, e mira a rassicurare un mercato petrolifero in subbuglio, dove i prezzi hanno superato la soglia dei cento dollari al barile a causa del blocco di fatto dello Stretto, un passaggio attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale.

L’allerta intelligence e la replica militare di Washington

Le parole di Trump, improntate a una certa sicurezza, si scontrano con i rapporti delle agenzie di intelligence e della stampa internazionale, che dipingono un quadro ben più preoccupante. Secondo quanto rilanciato da Reuters e da altre fonti di stampa, gli 007 statunitensi avrebbero raccolto elementi che indicherebbero come Teheran abbia effettivamente piazzato una dozzina di mine nelle acque dello Stretto di Hormuz, in posizioni note ma comunque in grado di minacciare la navigazione. Alcune fonti, pur confermando che l’attività di dispiegamento non è ancora estesa su larga scala, hanno sottolineato alla Cnn come l’Iran conservi ancora oltre l’ottanta per cento delle proprie piccole imbarcazioni e dei posamine: un dato, quest’ultimo, che lascia intendere come le forze navali dei Guardiani della Rivoluzione siano potenzialmente in grado di saturare l’area con centinaia di ordigni in breve tempo. Il comando militare iraniano, peraltro, ha ribadito con chiarezza che non permetterà il passaggio di “neanche un litro di petrolio” attraverso lo Stretto, considerando le navi dirette verso Stati Uniti e Israele come obiettivi legittimi.

La risposta americana non si è fatta attendere e, anzi, ha seguito una tempistica serrata. Il presidente Trump, attraverso i canali social, aveva già lanciato un ultimatum all’Iran, intimando la rimozione immediata degli ordigni e minacciando conseguenze militari “a un livello mai visto prima” in caso contrario. Poche ore dopo, è arrivata la conferma dell’azione militare: il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato che il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha proceduto a eliminare “con precisione spietata” una decina di imbarcazioni iraniane adibite alla posa di mine. “Non permetteremo ai terroristi di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz”, ha scritto Hegseth, sancendo di fatto l’avvenuta messa in allerta del regime di Teheran. Questa operazione, descritta dallo stesso Trump come la distruzione di imbarcazioni “inattive”, mira a garantire la riapertura di fatto della via d’acqua, anche se al momento la Marina americana non ha ancora fornito scorta diretta alle navi commerciali.

L’impatto sull’approvvigionamento energetico e la risposta globale

Le conseguenze di questa crisi si ripercuotono con violenza sui mercati energetici e sulle economie dipendenti dal greggio, come quella italiana. Con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso o reso impercorribile a causa del conflitto, le quotazioni del petrolio hanno subito un’impennata, toccando livelli che non si vedevano da tempo. L’Amministrazione informazione energetica (IEA) ha dovuto autorizzare il più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia: circa quattrocento milioni di barili messi a disposizione dai paesi membri, inclusi Stati Uniti e Regno Unito, per cercare di calmierare i prezzi e sopperire al blocco delle forniture. Un segnale, quest’ultimo, dell’enorme preoccupazione per un conflitto che, se prolungato, rischia di innescare una crisi energetica globale. La Cina e le altre economie asiatiche, grandi importatrici di greggio dal Golfo, stanno osservando con apprensione l’evolversi della situazione.

Lo scenario bellico e la situazione sul terreno

Mentre Trump, in un’intervista rilasciata ad Axios, ha previsto una conclusione “imminente” del conflitto, sostenendo che non ci sia “praticamente più nulla da colpire” in Iran, i resoconti che giungono dalla regione dipingono uno scenario più complesso e drammatico. Il presidente americano ha rivendicato il successo dell’operazione, affermando che si stanno rispettando i tempi previsti e che la capacità militare iraniana è stata pesantemente compromessa, con la marina e l’aeronautica praticamente distrutte. D’altro canto, fonti iraniane, riportate dalla stampa internazionale, parlano di migliaia di vittime civili, tra cui molti bambini in un tragico bombardamento su una scuola elementare a Minab, un attacco che Teheran ha definito un crimine di guerra. L’ambasciatore iraniano a Cipro ha dichiarato al Guardian che la popolazione di Teheran si è dimezzata a causa dei bombardamenti, mentre il nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, sarebbe rimasto ferito nell’attacco che ha ucciso suo padre. Sul campo, la guerra prosegue con scambi di accuse e colpi, e con la comunità internazionale che cerca di tamponare gli effetti collaterali di un conflitto che, lungi dall’essere risolto, continua a tenere in scacco una delle rotte commerciali più strategiche del pianeta.

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