Hormuz chiuso, Trump minaccia ponti e centrali. Raid e allarme nel Golfo
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Redazione Esteri
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La tensione tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto nella giornata di martedì 15 luglio un nuovo, critico punto di rottura, con il presidente americano Donald Trump che ha riunito il Consiglio per la sicurezza nazionale nella Situation Room della Casa Bianca per discutere piani di attacchi su larga scala contro Teheran. Secondo quanto riferito da Axios, citando fonti a conoscenza della questione, tra gli alti funzionari presenti alla riunione figuravano il vice presidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth.
L'incontro segna un potenziale allargamento del perimetro delle attuali operazioni militari, che finora si erano concentrate principalmente nell'area dello Stretto di Hormuz, e arriva mentre le parole del presidente americano si fanno sempre più minacciose.
Nuova notte di raid e allarme missilistico
La riunione alla Casa Bianca ha fatto seguito a una nuova, intensa notte di raid statunitensi, con il Comando centrale americano (Centcom) che ha annunciato di aver concluso una serie di attacchi contro decine di obiettivi militari iraniani nelle aree costiere e nei pressi dello Stretto di Hormuz.
Le operazioni, descritte come una "missione di cinque ore" durante la quale sono stati colpiti con successo sistemi di difesa aerea, radar, postazioni missilistiche e siti di lancio di droni, mirano a indebolire la capacità di Teheran di minacciare il traffico mercantile nel Golfo Persico.
In risposta agli attacchi, l'Iran ha rivendicato il lancio di missili e droni contro obiettivi statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato di aver colpito e distrutto, in Bahrein, il Centro di gestione dell'intelligence nazionale, il Centro di comando e controllo, nonché magazzini di parti militari e depositi di carburante della Quinta flotta statunitense.
Le sirene antiaeree sono scattate in Bahrein e Kuwait a causa del lancio di vettori iraniani, mentre la Giordania ha riferito di aver abbattuto tre missili in arrivo sul suo territorio.
La chiusura di Hormuz e l'ultimatum di Trump
Il nodo centrale della crisi rimane lo Stretto di Hormuz, il punto di transito vitale per circa il 20% del petrolio mondiale, attraverso il quale l'Iran ha imposto una chiusura de facto. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato ufficialmente che il passaggio resterà chiuso fino a quando gli Stati Uniti non porranno fine ai loro "atti di aggressione", con un comunicato diffuso dalla televisione di stato Irib che ribadisce come le operazioni di rappresaglia continueranno finché non cesseranno i raid americani.
Questa dichiarazione arriva mentre Washington ha ripreso il blocco navale dei porti iraniani, inasprendo ulteriormente la morsa economica sul Paese e creando una situazione di stallo in cui entrambe le parti sembrano determinati a non cedere sullo strategico corridoio marittimo.
In un'intervista all'emittente Fox News, il presidente Trump ha alzato ulteriormente la posta in gioco, lanciando un avvertimento che preannuncia un'offensiva sulle infrastrutture civili. Il presidente ha minacciato di colpire "tutte le centrali elettriche e tutti i ponti" iraniani a partire dalla prossima settimana, se Teheran non tornerà al tavolo dei negoziati per raggiungere un accordo.
"L'Iran non ha altra scelta se non quella di raggiungere un accordo con gli Usa, altrimenti non resterà più nulla", ha affermato Trump, intensificando la pressione su una Repubblica Islamica già messa in ginocchio dagli attacchi e dalle sanzioni, mentre i costi del conflitto per il Pentagono potrebbero raggiungere gli 80-100 miliardi di dollari, secondo fonti citate da Nbc.
Il contesto delle trattative e le reazioni internazionali
Questa nuova ondata di violenza di fatto ha infranto il fragile cessate il fuoco e il memorandum d'intesa in 14 punti che Iran e Stati Uniti avevano firmato il 17 giugno, con l'obiettivo di avviare negoziati della durata di 60 giorni per un accordo finale. Già nei giorni scorsi il presidente Trump aveva fatto retromarcia sulla proposta, avanzata in precedenza, di imporre un pedaggio del 20% sul valore delle merci transitanti per Hormuz, ipotizzando invece accordi commerciali con i Paesi del Golfo.
Sul fronte israeliano, l'emittente Kan 11 ha riferito di una crescente preoccupazione all'interno delle forze di sicurezza per il consolidamento della presenza turca in Siria, uno sviluppo considerato "complesso" per Israele, che potrebbe richiedere un attento monitoraggio a causa della vicinanza con un Paese dotato di armi strategiche.




