Il New York Times: “L’Iran ha iniziato a posare mine nello Stretto di Hormuz”
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Redazione Esteri
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Il tredicesimo giorno di guerra in Medio Oriente si apre con una svolta potenzialmente decisiva per gli equilibri economici globali, e la notizia, destinata a far aumentare la tensione nei mercati petroliferi, arriva direttamente dalle agenzie di stampa statunitensi che citano fonti del Pentagono. Stando a quanto riportato dal New York Times, l’Iran avrebbe effettivamente iniziato a posare mine nello Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato, una vera e propria strettoia strategica larga in alcuni punti non più di una trentina di chilometri, attraverso il quale transita quotidianamente una percentuale compresa tra il 20 e il 30 per cento del petrolio mondiale imbarcato su navi cisterna. Una mossa, questa, che rappresenterebbe un’escalation verticale nel conflitto in corso con Israele e Stati Uniti, andando a colpire il cuore degli interessi energetici dell’Occidente e dei paesi del Golfo. Secondo i funzionari americani citati dal quotidiano, l’operazione di minamento sarebbe condotta utilizzando piccole imbarcazioni dei Pasdaran, una flottiglia di natanti agili e difficili da individuare che il delle Guardie della Rivoluzione Islamica impiega abitualmente per azioni di disturbo e che ora sarebbe stata reindirizzata a questo nuovo compito. Nonostante i raid statunitensi dei giorni scorsi, che avevano preso di mira proprio navi deposito e unità adibite alla posa di ordigni, Teheran sembra determinata a portare avanti il proposito annunciato nei primi giorni di marzo dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei: chiudere il passaggio, anche in modo non necessariamente sistematico, ma sufficiente a creare un deterrente per il trasporto marittimo.
La minaccia, d’altronde, era stata chiaramente enunciata in un messaggio scritto diffuso proprio da Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali, ucciso nei raid israeliani del 28 febbraio. Nel suo primo intervento pubblico dopo l’insediamento, il nuovo leader iraniano ha dichiarato senza mezzi termini che “la leva del blocco dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere usata”. Un’affermazione, quella diffusa giovedì 12 marzo, che non lascia spazio a interpretazioni e che si inserisce in una strategia più ampia mirata a dimostrare la capacità di colpire gli interessi nemici nonostante i duri attacchi subiti dal paese. E il riferimento alle basi militari statunitensi presenti nella regione è altrettanto esplicito: dovranno essere chiuse immediatamente, ha aggiunto Khamenei, o verranno considerate obiettivi legittimi, un avvertimento diretto ai paesi del Golfo che ospitano installazioni americane. È in questo contesto di scontro totale, in cui missili e droni continuano a solcare i cieli dalla Mesopotamia al Levante, che il tema petrolio diventa il nodo centrale della contesa. La libertà di navigazione, un principio cardine del commercio internazionale, è ora messa in discussione da azioni sul campo che vanno ben oltre le dichiarazioni verbali.
Mentre i dispacci raccontano di navi mercantili centrate da proiettili, come nel caso della portacontainer tedesca “Source Blessing” data alle fiamme nelle stesse acque, la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. In una telefonata che ha coinvolto i leader di Italia, Regno Unito e Germania, rispettivamente Giorgia Meloni, Keir Starmer e Friedrich Merz, si è parlato proprio di questo: i tre hanno concordato sulla vitale importanza di preservare la libera circolazione per le navi che attraversano quelle acque. Una preoccupazione, la loro, che riflette la dipendenza europea dalle forniture energetiche e la necessità di scongiurare un tracollo economico. Le parole dei leader europei arrivano mentre l’amministrazione Trump ha già avvertito Teheran: se il flusso di petrolio verrà interrotto, la risposta sarà “venti volte più dura”. Ma gli ayatollah, come dimostrano le dichiarazioni del presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf – che ha parlato di “bullismo organizzato” da parte americana – non sembrano intimoriti.




