Il governo smentisce il Financial Times: Tajani, nessuna trattativa con l'Iran sullo Stretto di Hormuz
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La macchina della diplomazia internazionale, in queste ore convulse segnate dall’inasprirsi del conflitto tra Iran e le forze statunitensi e israeliane, si muove su binari talvolta opachi, dove la linea di demarcazione tra interlocuzioni informali e negoziati ufficiali risulta quanto mai labile. Al centro delle speculazioni giornalistiche, alimentate da un articolo del Financial Times che citava fonti anonime a conoscenza dei fatti, è finita la presunta apertura di canali di dialogo tra alcuni paesi europei, tra cui l'Italia, e Teheran. L’obiettivo, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico, sarebbe stato quello di accordarsi per un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, via d'acqua cruciale per il trasporto di un quinto del petrolio mondiale e del gas naturale liquefatto, il cui traffico risulta di fatto paralizzato. Una voce, quella di un negoziato riservato, che è stata smentita con decisione e senza mezzi termini da Palazzo Chigi e dalla Farnesina.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenendo nella trasmissione 10 minuti su Rete 4, ha tagliato corto, chiarendo come non vi sia alcuna trattativa in corso con la Repubblica Islamica per garantire l’attraversamento delle navi italiane, anche e soprattutto in considerazione del "vero e proprio stato di guerra" che si vive in quella area. Una presa di posizione netta, quella del vicepresidente del Consiglio, che arriva a poche ore di distanza dalla secca nota di smentita diffusa da palazzo Chigi, che parlava di "falso" e bollava come inesistenti le cosiddette backroom negotiations, quelle trattative sottobanco che avrebbero dovuto assicurare una corsia preferenziale per alcune imbarcazioni a scapito di altre. L’esecutivo, attraverso i suoi canali ufficiali, ha ribadito come l’unico interesse italiano, veicolato attraverso i consueti contatti diplomatici, resti quello di favorire le condizioni per una de-escalation militare generalizzata, e non certo quello di strappare accordi particolari che finirebbero per minare la credibilità del paese nel concerto delle nazioni.
Il ruolo della Francia e il silenzio dell’Eliseo
Se l’Italia ha chiuso immediatamente la porta a qualsiasi illazione, diverso e più sfumato appare l’atteggiamento della Francia, indicata dal Financial Times come uno dei paesi europei più attivi in questa partita complessa. Fonti anonime citate dal giornale hanno riferito che Parigi sarebbe tra i promotori di questi contatti preliminari con Teheran, un’iniziativa volta a tentare di sbloccare le esportazioni di gas e petrolio senza per questo innescare un’ulteriore escalation bellica. Dall’Eliseo, così come dal Quai d'Orsay e dal ministero della Difesa francese, non è giunta però alcuna conferma ufficiale, né tantomeno una smentita; un silenzio che, in diplomazia, pesa talvolta più di mille parole. A gettare ulteriore benzina sul fuoco delle interpretazioni è stata la scelta dell’Eliseo di girare ai cronisti del Financial Times un messaggio pubblicato sui social dal presidente Emmanuel Macron, in cui si menzionava un colloquio con l'omologo iraniano Massoud Pezeshkian, nel corso del quale il leader francese avrebbe sottolineato la necessità che Teheran garantisse la libertà di navigazione. Una comunicazione pubblica che, di fatto, conferma l'esistenza di un canale aperto, ma che nulla dice circa l’oggetto di eventuali negoziati più riservati.
Il precedente turco e la posizione europea
Mentre le cancellerie europee ballano un delicato valzer diplomatico, sul campo si registrano movimenti concreti che raccontano di una situazione fluida e frammentata. Il ministro dei trasporti turco, Abdulkadir Uraloglu, ha infatti confermato che una nave battente bandiera turca ha ottenuto dalle autorità iraniane il permesso di uscire dal Golfo Persico attraversando lo Stretto di Hormuz. Un via libera, questo, motivato ufficialmente dal fatto che l’imbarcazione in questione aveva precedentemente fatto scalo in un porto iraniano, circostanza che ne avrebbe giustificato il trattamento preferenziale rispetto alle altre quattordici unità turche ancora in attesa. Un precedente, questo, che dimostra come Teheran stia di fatto valutando caso per caso il transito delle navi, applicando una discrezionalità che nulla ha a che fare con un principio garantito e universale di libertà di navigazione. In questo quadro complesso, l'Unione Europea cerca di ritagliarsi un ruolo di mediazione, pur tra divisioni interne: come riferito da un'alta fonte comunitaria, Bruxelles guarda con favore a una "forte iniziativa guidata dall'Onu", ritenuta la via più auspicabile per garantire un passaggio organizzato e legittimo attraverso lo Stretto, che sia applicabile a tutte le spedizioni senza distinzioni. Una posizione, quella europea, che sottende la volontà di non delegare a singoli stati membri, come Francia o Italia, la gestione di un dossier che tocca gli interessi strategici dell'intera Unione, in un'area dove sono già dispiegate missioni navali come l’operazione Aspides, il cui mandato è stato recentemente esteso fino al 2027 per proteggere le navi commerciali nel Mar Rosso e monitorare proprio la situazione nello Stretto di Hormuz.




