Aramco, gli utenti da sogno e l’incognita del futuro tra i prezzi del petrolio
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Redazione Economia
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Il denaro, si sa, non ha mai avuto un’unica patria, eppure in queste settimane sembra aver scelto di stabilirsi proprio a Dhahran, nel cuore dell’enorme apparato industriale di Saudi Aramco. La compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita ha chiuso il primo trimestre del 2026 con un utile netto che supera quota 33 miliardi di dollari, una cifra che, per dare un termine di paragone al lettore, supera di molto il prodotto interno lordo di alcune nazioni europee. Si tratta di un balzo del 25-26% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una crescita che ha colto di sorpresa persino gli analisti più ottimisti, abituati a guardare con prudenza il vecchio continente. A spingere questi numeri, degni di una macchina da guerra finanziaria, non è però solo la speculazione: dietro l’angolo c’è la cronaca di un conflitto che ha letteralmente riacceso la miccia del greggio.
Nel dettaglio, l’impennata del prezzo del petrolio verso la soglia dei 100 dollari al barile – una soglia psicologica che gli operatori del mercato temevano di non rivedere più dopo la pandemia – ha giocato un ruolo decisivo. Ma c’è un altro elemento, forse persino più rilevante di un semplice rialzo dei listini, che ha consentito ad Aramco di nuotare nell’oro nero senza affogare nella crisi logistica. La guerra con l’Iran e la conseguente chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, quel passaggio cruciale attraverso il quale transita un terzo del petrolio marittimo mondiale, hanno spinto Riyad ad accelerare la messa a punto di una strategia alternativa: l’oleodotto East-West. Un’infrastruttura, quest’ultima, già operativa a pieno regime, che collega i giacimenti orientali ai terminali del Mar Rosso, consentendo ai barili sauditi di evitare completamente il teatro bellico.
L’oleodotto che sfida le rotte bloccate
Non è un caso, quindi, se l’amministratore delegato Amin Nasser, nel presentare i conti record ai mercati, abbia lasciato trasparire quella che molti addetti ai lavori hanno letto come una preoccupazione genuina. Nonostante gli utili netti per oltre 32 miliardi di dollari e un incremento significativo dei volumi venduti – merito della piena operatività dell’East-West – l’uomo che guida la più potente compagnia energetica del mondo ha messo in guardia sul futuro. La sua, va detto, non è la solita retorica aziendale per giustificare una flessione; è piuttosto l’ammissione che il prezzo attuale del greggio, gonfiato artificialmente dalle tensioni geopolitiche, potrebbe nascondere una fragilità di fondo. Perché se oggi si guadagna molto, domani lo stesso petrolio potrebbe diventare un’ancora, se la domanda globale inizierà a vacillare sotto il peso di una recessione o di un cessate il fuoco improvviso.
I conti che brillano e l’incognita della domanda
I numeri, per quanto straordinari, raccontano solo una parte della vicenda. Nel primo trimestre del 2026 l’utile netto ha sfiorato quota 33 miliardi di dollari, superando le più rosee previsioni degli istituti di analisi finanziaria che seguono il titolo in borsa. La crescita, pari a oltre un quarto del risultato precedente, è stata trainata da due fattori concomitanti: il rincaro del greggio dopo la crisi nello Stretto di Hormuz e l’aumento dei volumi effettivamente esportati via Mar Rosso. Una doppia spinta che ha permesso ad Aramco di trasformare un’emergenza – il blocco delle rotte tradizionali – in un’opportunità di espansione. Cionondimeno, il timore di Nasser getta un’ombra lunga su questi risultati: se l’attuale livello dei prezzi è insostenibile per molti paesi importatori, lo stesso potrebbe diventare rapidamente insostenibile per i produttori, qualora la transizione energetica o una pace militare facessero crollare le quotazioni.
Il paradosso saudita tra guerra e petrolio
La lezione, se vogliamo chiamarla così, è quella di un sistema che ha imparato a convivere con il caos e a trarne vantaggio, ma che proprio per questo fatica a immaginare un futuro senza di esso. La società statale saudita, che oggi riesce a bypassare Hormuz grazie all’East-West, si trova nella posizione paradossale di dover augurarsi che la tensione duri ancora un po’, per non vedersi crollare addosso un’improvvisa abbondanza di barili. Il riferimento alla cronaca nera, in questo caso, è implicito nel numero dei morti e nella distruzione che il conflitto sta producendo: nessun dettaglio esplicito sarà fornito qui, ma l’inchiesta giudiziaria internazionale sulle violazioni del diritto bellico nelle acque del Golfo continua a raccogliere prove di attacchi a infrastrutture civili. Aramco, nel frattempo, incassa dividendi da record, consapevole che ogni dollaro guadagnato oggi è un affare, ma anche un rischio per un domani che si preannuncia già pieno di incertezze, senza che serva aggiungere altro.




