Petrolio oltre i centodieci dollari, il G7 si riunisce per il rilascio delle riserve strategiche mentre lo Stretto di Hormuz resta chiuso

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’onda lunga del conflitto in Medio Oriente, con il suo carico di incertezze e di calcoli strategici, ha investito in pieno i mercati energetici globali, determinando un’impennata delle quotazioni del greggio che non si vedeva da decenni e che, per certi versi, evoca gli shock petroliferi degli anni Settanta. Il West Texas Intermediate, dopo aver sfiorato quota centoventi dollari al barile nelle ore di contrattazione asiatiche, si è attestato stabilmente sopra i centodieci dollari, e analogo discorso vale per il Brent, il greggio di riferimento per i mercati europei, che ha toccato punte del centosedici dollari prima di registrare un lieve e temporaneo ritracciamento. Questo balzo, che nell’arco di una settimana ha visto il prezzo del greggio crescere di oltre il trentacinque per cento, rappresenta l’incremento più ripido nella storia dei futures dal 1983, un dato che da solo restituisce la dimensione della turbolenza in atto.

All’origine di questa corsa vi è la chiusura dello Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una percentuale altrettanto significativa del gas naturale liquefatto, e la cui interdizione, protrattasi ormai per diversi giorni, ha di fatto interrotto una delle principali arterie del commercio energetico planetario. A questo si aggiungono le riduzioni della produzione decise da alcuni dei principali produttori dell’area e i danni riportati da alcune infrastrutture energetiche, fattori che hanno compresso ulteriormente un’offerta già messa a dura prova dalle tensioni geopolitiche. I governi, dal canto loro, osservano con preoccupazione l’evolversi di una situazione che rischia di tradursi in una poderosa spinta inflazionistica: il Fondo Monetario Internazionale, per bocca della sua direttrice generale, ha avvertito che un incremento prolungato del prezzo del greggio potrebbe riflettersi in un aumento dell’inflazione globale nell’ordine di alcuni punti base, con ricadute particolarmente pesanti per le economie più vulnerabili e per i Paesi importanti netti come molti di quelli europei e asiatici.

La riunione d'emergenza del G7 e il possibile ricorso alle scorte

È in questo contesto di fibrillazione che i ministri delle finanze del G7 si sono riuniti in videoconferenza, con una riunione convocata d’urgenza per discutere possibili contromisure da attuare per calmierare i prezzi e scongiurare il pericolo di una crisi energetica prolungata. Sul tavolo, come emerso da fonti vicine al dossier, c’è la proposta di un rilascio coordinato di greggio dalle riserve strategiche dei Paesi membri, un’opzione che era già stata utilizzata in passato, in particolare dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e che ora viene riesumata per far fronte all’emergenza in Medio Oriente. La decisione, che coinvolgerebbe anche i trentadue Paesi aderenti all’Agenzia Internazionale dell’Energia, comporterebbe l’immissione sul mercato di una quantità di greggio compresa tra i trecento e i quattrocento milioni di barili, prelevati dagli stock pubblici che ammontano complessivamente a circa 1,2 miliardi di barili. Una mossa, questa, che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe rassicurare i mercati sulla volontà dei grandi consumatori di intervenire per garantire l’approvvigionamento e che ha già prodotto un effetto immediato, seppur parziale, sul prezzo del greggio, contribuendo a frenare la corsa dopo i picchi iniziali.

Non tutti i membri del G7, va detto, sembrano condividere la stessa urgenza o la medesima strategia. La Commissione Europea, pur non negando la gravità della situazione, ha tenuto a precisare che al momento non si ravvisa un rischio imminente di scarsità di forniture per i Paesi dell’Unione, i quali sono tenuti per legge a detenere scorte di emergenza sufficienti a coprire novanta giorni di consumi. Una posizione, quella di Bruxelles, che suona come un tentativo di tranquillizzare l’opinione pubblica e i mercati, ma che non esclude affatto un intervento qualora la crisi dovesse aggravarsi. Dall’altra parte dell’Atlantico, l’amministrazione Trump, dopo aver inizialmente escluso l’ipotesi di un ricorso alle riserve strategiche, sembra aver cambiato idea di fronte all’evidenza di un’impennata dei prezzi che rischia di avere ripercussioni pesanti anche sugli automobilisti americani: il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti, in pochi giorni, è schizzato verso l’alto, e la pressione politica per arginare il fenomeno è diventata improvvisamente forte.

Le conseguenze per i mercati asiatici e il tentativo di aggirare lo stretto

Mentre i ministri delle finanze discutevano, le conseguenze concrete della crisi energetica si facevano già sentire con prepotenza in molti angoli del pianeta. In Estremo Oriente, le Borse hanno aperto in profondo rosso, con il Nikkei giapponese che ha lasciato sul terreno oltre il cinque per cento, trascinato al ribasso dai timori per un’economia, quella nipponica, che dipende dal Medio Oriente per il novantacinque per cento del suo fabbisogno di petrolio e che vede nello Stretto di Hormuz il passaggio obbligato per gran parte di quelle forniture. Hong Kong, Shanghai e Seul hanno seguito la stessa sorte, registrando cali compresi tra l’uno e il tre per cento, mentre il dollaro si è rafforzato e i rendimenti dei Treasury americani sono saliti, in un classico flight to quality che vede gli investitori rifugiarsi negli asset considerati più sicuri. L’oro, paradossalmente, ha ceduto qualche frazione di punto, ma resta su livelli elevati, testimonianza di un clima di incertezza che pervade tutti i comparti.

Nel frattempo, i Paesi produttori della regione tentano di correre ai ripari attivando rotte alternative per bypassare lo Stretto di Hormuz e garantire almeno in parte le esportazioni. L’Arabia Saudita, come riferiscono agenzie specializzate, ha ripreso a utilizzare l’oleodotto Est-Ovest che attraversa la penisola arabica, un’infrastruttura in grado di trasportare fino a cinque milioni di barili al giorno dal Golfo Persico al Mar Rosso, dove le petroliere possono poi imbarcare il carico senza dover passare per le acque controllate dall’Iran. Anche gli Emirati Arabi Uniti stanno potenziando l’uso dell’oleodotto Habshan-Fujairah, che collega i giacimenti di Abu Dhabi a un terminal sulla costa dell’Oman, al di fuori dello Stretto. Si tratta, tuttavia, di soluzioni parziali, che riescono a compensare solo una frazione del flusso normale di greggio e che non sono esenti da rischi, esponendo le infrastrutture a possibili rappresaglie in un contesto bellico. Il blocco dello Stretto di Hormuz, insomma, continua a rappresentare una minaccia concreta e immediata per l’economia globale, e la riunione del G7 di oggi, con la sua ipotesi di rilascio delle riserve, appare come il primo, timido tentativo di arginare una crisi la cui durata e la cui intensità restano, al momento, difficilmente prevedibili.

Description: Impennata del greggio oltre i 110 dollari per la chiusura dello Stretto di Hormuz. I ministri del G7 si riuniscono per valutare il rilascio coordinato delle riserve petrolifere.

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