Petrolio, Saudi Aramco macina utili record mentre lo Stretto di Hormuz resta chiuso
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Redazione Economia
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La morsa energetica che stringe il Medio Oriente da ormai diverse settimane, con lo Stretto di Hormuz trasformato in un crocevia di tensioni mai così acute dagli anni ottanta, sta producendo effetti divergenti e paradossali sul fronte economico globale. Se da un lato i consumatori, costretti a fare i conti con un caro benzina che sembra non conoscere tregua, subiscono il contraccolpo immediato di una riduzione secca dell’offerta, dall’altro l’industria petrolifera saudita – rappresentata in modo schiacciante da Saudi Aramco – trasforma quella stessa crisi in un formidabile moltiplicatore di profitti. Secondo le ultime rilevazioni ufficiali, ciascuna settimana di paralisi del transito via mare comporta una perdita secca di 100 milioni di barili di greggio; un’emorragia che gli analisti del settore non esitano a definire “la più grave interruzione delle forniture nella storia moderna del mercato energetico”.
Il blocco di Hormuz e l’allarme sulle scorte globali
Lo scenario, a dir poco critico, è stato recentemente messo nero su bianco da Saudi Aramco stessa, la quale ha lanciato un avvertimento preciso: i livelli delle scorte mondiali stanno scendendo verso soglie considerate critiche, con il rischio concreto che il deficit si faccia ancora più pesante tra maggio e giugno. Il dato impressionante – 100 milioni di barili bruciati ogni sette giorni di blocco – non rappresenta soltanto una cifra tecnica, ma la fotografia di un mercato tenuto in ostaggio da equilibri geopolitici che, almeno per ora, restano in una fase di totale stallo. I negoziati tra Stati Uniti e Iran, lo si apprende da fonti diplomatiche indirettamente collegate al dossier energetico, non mostrano segnali di ripresa apprezzabili; anzi, l’impressione è che ci si sia arenati su posizioni inconciliabili, lasciando il destino di milioni di barili sospeso a un filo.
Aramco vola con 33,6 miliardi di utile trimestrale
Proprio in questo contesto di caos controllato, Saudi Aramco ha chiuso il primo trimestre del 2026 con un utile netto rettificato salito a 33,6 miliardi di dollari (equivalenti a circa 126 miliardi di riyal), segnando un incremento del 26% rispetto ai 26,6 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente. Un balzo in avanti che il colosso saudita spiega principalmente con il rally del petrolio – le cui quotazioni si aggirano ormai stabilmente intorno ai 100 dollari al barile – e con l’attivazione di rotte alternative al blocco di Hormuz, una riconfigurazione logistica costosa ma evidentemente efficace nel preservare i flussi commerciali. A coronare questa prova di forza industriale, l’azienda ha annunciato l’arrivo di un maxi dividendo da 21,9 miliardi di dollari, una cifra che da sola basterebbe a finanziare interi bilanci statali di Paesi di minori dimensioni.
Flussi di cassa in lieve calo e capitale circolante in aumento
Non tutti gli indicatori, tuttavia, viaggiano nella stessa direzione, ed è qui che il racconto dei numeri si fa più sfumato. Se l’utile netto cresce in modo vigoroso, il flusso di cassa derivante dalle attività operative è sceso a 30,7 miliardi di dollari, rispetto ai 31,7 miliardi del primo trimestre 2025; un arretramento, seppur contenuto, che si accompagna a una riduzione analoga del flusso di cassa libero, passato da 19,2 a 18,6 miliardi. La causa di questa contrazione, spiega il report, risiede in un aumento del capitale circolante pari a 15,8 miliardi di dollari: un dato che suggerisce come l’azienda stia immobilizzando risorse significative per far fronte alle perturbazioni logistiche, o forse per speculare su ulteriori rialzi dei prezzi nelle prossime settimane.
Il paradosso della guerra: utili in volata mentre la benzina sale
Il caro benzina – avvertito sulla propria pelle dagli automobilisti di mezzo mondo – rappresenta di fatto soltanto una delle facce, quella più visibile e impopolare, del conflitto in corso in Iran. Dall’altra parte dello spettro, fornitori come Saudi Aramco vedono moltiplicarsi gli utili anche in tempi così complessi, quasi che l’instabilità geopolitica agisse da catalizzatore per una rendita di posizione tanto antica quanto spietata. Nei primi tre mesi del 2026, l’incremento degli utili rispetto all’anno precedente ammonta a 7 miliardi di dollari; un’impennata che nulla ha a che vedere con scoperte tecnologiche o aumenti di produttività, e tutto invece con la semplice, brutale legge della domanda e dell’offerta strozzata. Mentre i negoziati tra Washington e Teheran restano in un vicolo cieco, e le scorte globali continuano a erodersi, il mercato assiste a una concentrazione di ricchezza nelle mani di chi, paradossalmente, meno ha sofferto l’interruzione.




