Lo Stretto di Hormuz e le incognite per l’Italia: petrolio, export e bilanciamento agricolo
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Redazione Economia
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Il tabellone luminoso del Brent, dopo aver registrato un’impennata superiore al dodici per cento in quattro sedute, ha improvvisamente frenato attestandosi intorno agli 81 dollari al barile, ma questa tregua sui mercati finanziari non placa la tensione geopolitica che avvolge lo Stretto di Hormuz. L’Iran, forte di una posizione strategica ineguagliabile, rivendica il controllo totale su quel collo di bottiglia marittimo dal quale, prima dell’inasprirsi del conflitto, transitava quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale e una quota sostanziale di gas naturale liquefatto. Per l’Italia, la cui conformazione industriale e civile poggia in larga misura sulla raffinazione e sulla trasformazione di materie prime importate, la minaccia di una chiusura prolungata rappresenta uno scenario dai contorni ancora tutti da definire, ma inequivocabilmente densi di implicazioni.
Una dipendenza energetica che pesa sul sistema-Paese
I numeri parlano chiaro e fotografano un’esposizione non trascurabile: secondo le elaborazioni più recenti, circa il quaranta per cento dell’import energetico nazionale proviene da aree direttamente o indirettamente coinvolte nelle attuali turbolenze mediorientali. Si tratta principalmente di greggio e prodotti raffinati, che alimentano non solo la mobilità privata – con il costo della benzina già schizzato in precedenti crisi – ma anche l’intera filiera petrolchimica e manifatturiera. Lo Stretto di Hormuz, in particolare, è la via obbligata per le esportazioni di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, partner commerciali storici del nostro Paese. Se Teheran dovesse tradurre in azione concreta la sua rivendicazione di supremazia, le petroliere dirette verso i terminali di Trieste, Augusta o Genova sarebbero costrette a deviazioni proibitive, quando non a un fermo forzato, con un effetto domino immediato sui costi di approvvigionamento e, a cascata, sulla bolletta energetica di famiglie e imprese.
Il fragile equilibrio dell’export italiano in Medio Oriente
Ma il legame con quell’area non si esaurisce nel flusso di idrocarburi. C’è un’altra direttrice, quella delle esportazioni del made in Italy, che rischia di subire contraccolpi altrettanto severi. I mercati del Vicino Oriente e del Nord Africa assorbono complessivamente decine di miliardi di euro di prodotti italiani, con punte significative nei settori della meccanica strumentale, della moda e della metallurgia. L’instabilità generata dalla chiusura di Hormuz, o anche solo dal perdurare di una situazione di stallo bellico, interromperebbe le catene logistiche e logistico-portuali, in particolare quelle che fanno perno sugli scali di Jebel Ali o Khor Fakkan, hub fondamentali per il trasbordo di container verso l’interno della penisola arabica. Le imprese, specialmente quelle di piccola e media dimensione che costituiscono la spina dorsale del nostro tessuto produttivo, si troverebbero a dover gestire non solo l’aumento dei noli marittimi e delle assicurazioni, ma anche l’incognita dei tempi di consegna, vanificando di fatto gli sforzi di penetrazione commerciale compiuti negli ultimi anni.
La risposta interna: la macchina dei pagamenti agricoli
Sul versante interno, mentre la tensione internazionale ridefinisce gli equilibri energetici, l’apparato amministrativo legato al settore primario tenta di tracciare un percorso differente, meno legato alle oscillazioni del greggio e più incentrato sulla solidità finanziaria. Il direttore generale dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, Fabio Vitale, ha recentemente puntato i riflettori su quella che ha definito una ritrovata efficienza della macchina pubblica, snocciolando dati che certificano un’inversione di tendenza rispetto al passato: nel corso del 2025 sono stati erogati al comparto agricolo circa 5,6 miliardi di euro, una cifra che segna un incremento superiore al ventotto per cento rispetto al biennio precedente e che ha immesso liquidità nel sistema in un momento di possibile fragilità congiunturale. Questa mole di risorse, distribuita anche nell’ultima parte dell’anno, ha l’obiettivo dichiarato di sostenere un settore che, pur non essendo direttamente esposto al caro-petrolio come la manifattura, risente indirettamente dell’aumento dei costi dei fertilizzanti e della logistica.
Il nodo delle riserve e la ridefinizione dei flussi
Di fronte alla rivendicazione iraniana e alla risposta di Washington, che cerca di garantire comunque il deflusso massimo possibile di container e petroliere, l’Europa e l’Italia si giocano una partita complessa. La capacità produttiva inutilizzata dell’OPEC, peraltro in gran parte concentrata proprio nei paesi affacciati sul Golfo, potrebbe rivelarsi insufficiente o inutilizzabile in caso di blocco totale, mentre le riserve strategiche nazionali rappresentano una soluzione tampone, ma non strutturale. Si riapre dunque, inevitabilmente, il dibattito sulla diversificazione delle fonti e delle rotte di approvvigionamento, con gli Stati Uniti che, sotto la presidenza Trump, spingono per diventare il fornitore privilegiato di gas naturale liquefatto del Vecchio Continente, in un quadro di accordi commerciali che legano dazi e volumi di acquisto. L’Italia, in questo scacchiere, deve fare i conti con una dipendenza energetica ancora alta, sebbene in calo rispetto al passato recente, e con la necessità di proteggere una filiera agroalimentare che, pur forte di fondamentali finanziari più solidi, non è immune dagli urti di un’economia globalizzata.




