Prodi congela le primarie: “Non ora, così si perde”
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Redazione Interno
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Romano Prodi, che di primarie se ne intende — furono battezzate la prima volta nel 2005, con lui che le vinse diventando candidato presidente del Consiglio per l’Unione — dice di non capire bene la ratio del passo in avanti di Giuseppe Conte. Quest’ultimo, parlando subito dopo la vittoria referendaria del no, ha fatto una mossa che, a giudizio dell’ex presidente della Commissione europea, non può che mettere più in crisi una gara già di per sé strana. L’affondo di Prodi arriva dritto, quasi senza veli: «Così si perde», taglia corto, riferendosi a un dibattito che rischia di divorare le energie prima ancora di costruire un programma. E a chi gli fa notare che la discussione sulle candidature è fisiologica in un campo largo, lui oppone un dato di metodo: non ora, non in questo momento politico, perché il rischio è una frammentazione che nessuno può permettersi, specialmente dopo la mobilitazione referendaria.
De Pascale: “Temo più il dibattito infinito. Cinque priorità, poi le primarie”
Il governatore dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, sposta il tiro su un altro piano, altrettanto concreto. «Il campo progressista deve darsi cinque punti cardine che segnino il perimetro», spiega da Bologna. E li elenca: la salute pubblica, la pace, la crescita attraverso politiche industriali, la sicurezza, la spinta verso l’autoproduzione energetica con le rinnovabili sul modello spagnolo. Secondo De Pascale, trovare un accordo su queste priorità sarebbe meno complicato di quanto si creda; il vero nemico, avverte, è il dibattito infinito, quello che consuma il consenso senza produrre decisioni. Le primarie, da sole, non risolvono il problema se non c’è prima una cornice condivisa. Meglio fissare il perimetro, poi semmai si aprano le urne. Una posizione che, pur senza esplicitarlo, dialoga a distanza con i timori di chi vede nello scontro diretto tra aspiranti leader un boomerang per l’intera coalizione.
Il “massacro” delle primarie e l’ombra di un nuovo Prodi (che non c’è)
Aldo Cazzullo, sul suo pezzo, usa una parola pesante: «Le primarie sarebbero un massacro». E aggiunge un’osservazione che fa da spartiacque: un nuovo Prodi, oggi, non c’è. La capacità di tenere insieme i pezzi disparati del centrosinistra — dai riformisti ai movimenti, passando per i pentastellati — era un’arte che pochi hanno posseduto, e nessuno sembra in grado di replicare in questo scenario. Il riferimento corre a una lettera di un lettore, Annibale, che ricorda un episodio lontano: i 5 Stelle, in un confronto televisivo con Pier Luigi Bersani, lo misero in seria difficoltà fino a umiliarlo. Come potrebbe, si chiede Annibale, Bersani fare il premier con gli stessi 5 Stelle dopo quell’onta? La risposta, implicita nel ragionamento di Cazzullo, è che le cose sono molto cambiate rispetto al tempo dello streaming. Ma il nodo resta: il ricordo di quella umiliazione non è cancellato, e pesa sulla credibilità di qualsiasi intesa futura.
La spinta referendaria, Gaza e i magistrati: un No contro il governo Meloni
Abbiamo vissuto giornate di mobilitazione popolare a difesa della Costituzione. Per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, ma anche — e in misura non trascurabile, soprattutto dalle periferie ancor più abbandonate — per dire un No contro il governo Meloni. A muovere i più giovani, accorati da Gaza, sono stati l’articolo 2 (i diritti inviolabili dell’uomo) e l’articolo 11 (il ripudio della guerra). Una partecipazione sorprendente, che ha riempito piazze e seggi, e che adesso rischia di disperdersi in una polemica interna sulle regole della scelta del candidato. Perché, se è vero che il voto referendario ha mostrato un’energia nuova, è altrettanto vero che il dibattito sulle primarie — con i suoi tempi, i suoi veti incrociati e le sue antiche ruggini — può facilmente trasformare quella spinta in un’occasione mancata. E proprio questo, in fondo, è il nocciolo dell’avvertimento di Prodi: non ora, non così. O si cambia passo, o si perde prima ancora di cominciare.




