La Fiorentina delle seconde linee congela la pratica Jagiellonia nel gelo di Bialystok
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Redazione Sport
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Il termometro alla Chorten Arena segnava diversi gradi sotto lo zero, eppure la Fiorentina di Paolo Vanoli ha trovato il modo di scaldare la propria qualificazione agli ottavi di finale di Conference League con tre goal nella ripresa, dopo un primo tempo giocato a ritmi decisamente più compassati. La formazione viola, scesa in campo in Polonia con un turnover piuttosto massiccio che lasciava presagire una serata di sofferenza, ha invece dimostrato come la profondità della rosa possa fare la differenza in questa fase della stagione, specie quando il campo, complice il freddo e un avversario discreto tecnicamente, rischia di diventare una trappola.
Nel primo tempo, a dire il vero, di gioco ce n’era stato poco, e le occasioni da rete latitavano: lo Jagiellonia, forte del calore del proprio pubblico e di un impianto di gioco ben oliato, provava a impostare dal basso affidandosi alla fantasia di Pozo e alla dinamicità di un giovanissimo Mazurek, classe 2007, ma la difesa viola, con un Comuzzo a tratti fin troppo ruvido ma sostanzialmente efficace, riusciva ad assorbire la pressione senza particolari patemi. Dall’altra parte, la Fiorentina faticava a trovare la profondità, con Piccoli lasciato piuttosto isolato e Fazzini che, pur movendosi tra le linee, non riusciva a innescare la manovra come avrebbe voluto. Le uniche vere emozioni della prima frazione, in pratica, portavano la firma di Fabbian, i cui due tentativi trovavano sempre i riflessi pronti di Abramowicz a negargli la gioia del goal.
Poi, nella ripresa, la musica è cambiata radicalmente, e lo si è visto già al nono minuto, quando un pasticcio incredibile del portiere polacco ha spianato la strada agli ospiti: sul colpo di testa di Ranieri, per la verità non irresistibile, Abramowicz ha letteralmente vanificato ogni sforzo dei compagni, facendo entrare il pallone nella propria porta e regalando alla Fiorentina un vantaggio che, fino a quel momento, non si era proprio visto all’orizzonte. Un episodio che ha inevitabilmente rotto gli equilibri, costringendo lo Jagiellonia a scoprirsi e lasciando alla squadra di Vanoli la possibilità di colpire in ripartenza. E da quel momento in poi, la qualità superiore dei singoli è venuta fuori prepotentemente: Mandragora, con una punizione semplicemente magistrale scaturita da un fallo ingenuo di Mazurek, ha raddoppiato le distanze, siglando una rete che, per chi scrive, entra di diritto nella storia recente del club per bellezza e importanza nel contesto di una partita sporca e combattuta.
A chiudere definitivamente i conti ci ha pensato Piccoli, che dopo aver lottato per ottanta minuti come un centravanti di un’altra epoca, spalle alla porta e braccia a difesa del pallone, si è guadagnato e trasformato un calcio di rigore procurato da un ingenuo intervento di Drachal in area. Un tris che forse sta persino stretto alla prestazione complessiva dei polacchi, apparsi comunque organizzati e mai domi, ma che certifica la differenza abissale, in termini di cinismo e personalità, tra una squadra abituata a certi palcoscenici e una che invece ci è arrivata da debuttante. Vanoli, che aveva lasciato a Firenze diversi titolari pensando già al campionato, ha raccolto una prova di carattere dai suoi ragazzi, e adesso il ritorno al Franchi, tra sette giorni, assume i contorni di una pura formalità.
Ranieri da capitano e Mandragora, una punizione da manuale
Se il primo tempo aveva visto una Fiorentina timida e poco incline al tiro, la ripresa è stata tutta un'altra musica, e gran parte del merito va a chi, in campo, ha preso per mano la squadra nei momenti di maggiore difficoltà. Ranieri, tornato a indossare la fascia di capitano in assenza di De Gea, non si è limitato a guidare la difesa con la solida prestazione che ormai ci ha abituato a vedere, ma ha anche rotto l'equilibrio con quel goal fortunoso, frutto di una sua incursione in area. Subito dopo, un suo salvataggio provvidenziale ha impedito ai padroni di casa di trovare l'immediato pareggio, dimostrando come la sua serata fosse all'insegna della leadership a tutto tondo. E poi c'è Mandragora, che pur non indossando la fascia si comporta da capitano vero: la sua punizione, una traiettoria precisa e potente che si è infilata all'incrocio, ha rappresentato il vero spartiacque della gara, il momento in cui lo Jagiellonia ha capito che la rimonta sarebbe stata impossibile. Una rete che lo avvicina alla doppia cifra stagionale e che conferma il suo momento d'oro realizzativo, al di là dei compiti di interdizione che svolge abitualmente in mediana.
Il coraggio del turnover e la solidità ritrovata
La scelta di Vanoli di rivoluzionare l'undici iniziale, lanciando giocatori come Lezzerini tra i pali a quasi un decennio dall'ultima apparizione in viola o concedendo minuti a Fortini e Harrison, poteva sembrare azzardata alla vigilia, e invece si è rivelata una mossa vincente. Il primo tempo, è vero, ha mostrato qualche incertezza di troppo, come quel rischio corso da Fortini in avvio, ma nel complesso la squadra ha tenuto botta, crescendo con il passare dei minuti e prendendo confidenza con un campo reso pesante dal gelo. L'ingresso di Parisi sulla fascia destra, nel corso della ripresa, ha portato comunque la solita energia, mentre Pongracic, subentrato a gara ormai indirizzata, ha potuto limitarsi all'ordinaria amministrazione. Quello che conta, al di là delle singole prestazioni, è il messaggio che arriva dallo spogliatoio: anche chi gioca meno, quando chiamato in causa, risponde presente, e in una competizione lunga e dispersiva come la Conference League, avere una rosa affidabile è spesso la chiave per andare lontano. La strada per Dublino, sede della finale, è ancora lunga, ma passare un turno con una vittoria esterna così netta, per di più gestendo le energie, è sicuramente un biglietto da visita importante.




