Il Monaldi si affida al Bambino Gesù dopo la morte del piccolo Domenico. L'inchiesta si allarga e spunta un super testimone

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ombra del ghiaccio secco, un contenitore inadatto e una catena di decisioni fatali continuano ad avvolgere la vicenda del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo deceduto lo scorso 21 febbraio dopo un disperato ricovero seguito a un trapianto di cuore fallito. La Procura di Napoli, con il sostituto Giuseppe Tittaferrante, procede speditamente nell’indagine che vede già sette sanitari iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio colposo, e nelle ultime ore un nuovo elemento sembra destinato a fornire una svolta cruciale. Secondo quanto ricostruito, un infermiere in servizio presso l’ospedale Monaldi sarebbe divenuto un super testimone per gli inquirenti: sarebbe stato lui, infatti, ad aprire il contenitore termico al rientro dall’Alto Adige, constatando per primo le condizioni dell’organo, descritto come una “pietra” a causa del contatto con il ghiaccio secco utilizzato erroneamente per il trasporto. Il verbale del suo interrogatorio, secretato dalla Procura, potrebbe ora fornire dettagli precisi su quei minuti concitati che precedettero l’intervento del 23 dicembre scorso, gettando luce su eventuali responsabilità dirette nella gestione della fase più critica dell’operazione.

I tentativi disperati in sala operatoria e l’accento sulle responsabilità dell’equipe napoletana

Mentre il racconto dell’infermiere resta al momento blindato, emergono con sempre maggior crudezza le testimonianze di quei drammatici istanti vissuti all’interno della sala operatoria. Si apprende da fonti investigative che, all’apertura del box isotermico, i sanitari si trovarono di fronte a un cuore talmente compromesso dal freddo estremo, quello del ghiaccio secco che arriva a temperature di settanta gradi sotto zero, da tentare l’impossibile per recuperarlo. In un disperato tentativo di scongelamento, il personale presente provò a immergere l’organo dapprima in acqua fredda, poi tiepida e infine calda, ma ogni sforzo si rivelò vano. Il cuore, come riferito dal primario Guido Oppido, non avrebbe mai più ripreso a battere. La decisione di impiantarlo comunque, presa dal chirurgo, maturò in un contesto di assoluta mancanza di alternative: il cuore malato del bambino era già stato asportato e il piccolo si trovava in uno stato di incolmabile attesa. Nel mirino della magistratura, tuttavia, non finisce solo la fase del trapianto. L’inchiesta si concentra con sempre maggior vigore sulle procedure seguite dall’équipe del Monaldi partita per Bolzano. Dalle carte emerge come la responsabile dell’espianto, la cardiochirurga Gabriella Farina, abbia personalmente accettato e confermato l’utilizzo del ghiaccio secco fornito da un operatore socio-sanitario dell’ospedale altoatesino, il quale, non avendo qualifiche specifiche in materia, si era limitato a indicare il materiale a disposizione. Un particolare, questo, che sposta il baricentro delle colpe professionali quasi interamente sul personale napoletano.

La difesa del reparto e l’intervento del Bambino Gesù per la ripartenza

In questo clima di tensione e dolore, mentre le indagini stringono il cerchio, un fronte di sostegno al lavoro del reparto e ai suoi medici si è levato da chi quel percorso di cura lo vive quotidianamente. Centottantasei genitori di bambini affetti da cardiopatie, curati proprio al Monaldi, hanno sottoscritto un appello pubblico per fermare quella che definiscono una “gogna mediatica” nei confronti del professor Oppido e della sua equipe. Le loro firme intendono testimoniare l’importanza e la salvezza che, in molti casi, quel reparto ha rappresentato per i loro figli, chiedendo che la giustizia segua il suo corso senza che questo si trasformi in una caccia alle streghe capace di minare la fiducia in un’intera struttura sanitaria. Tuttavia, l’Azienda Ospedaliera dei Colli, consapevole della gravità di quanto accaduto, ha già avviato le proprie verifiche interne: due dirigenti medici sono stati sospesi dal servizio in via cautelare, mentre per gli altri sanitari l’iter disciplinare prosegue. Una scelta, quella dell’ospedale, che accompagna la decisione più radicale e istituzionale per tentare di ricucire lo strappo e garantire la continuità delle cure: il commissariamento del reparto di cardiochirurgia pediatrica. Per i prossimi tre mesi, un’équipe altamente specializzata proveniente dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma opererà all’interno del Monaldi per riorganizzare l’attività e garantire i necessari interventi ai piccoli pazienti in attesa.

Un altro caso riesumato e i nodi irrisolti delle linee guida sui trasporti

La complessità dell’inchiesta si arricchisce, inoltre, di un tassello inquietante che riporta indietro nel tempo. Un’altra famiglia, rappresentata dal medesimo legale dei Caliendo, l’avvocato Francesca Petruzzi, ha raccontato la propria esperienza risalente al marzo del 2023, quando una bimba di cinque anni morì a seguito di un trapianto eseguito nello stesso reparto. In quel caso, la madre della piccola ha riferito che l’organo destinato alla figlia sarebbe arrivato in un contenitore definito “da spiaggia”, un modello analogo a quello finito al centro delle cronache per la morte di Domenico. La denuncia riaccende i riflettori su una prassi, quella del trasporto degli organi, che il Centro Nazionale Trapianti aveva cercato di uniformare già dal 2018 con linee guida precise che prevederebbero l’utilizzo di dispositivi con termostato e controllo della temperatura, ben diversi dai box isotermici di vecchia generazione. Al Monaldi, come emerso dalla relazione di 295 pagine inviata dalla Regione Campania al Ministero, tre contenitori di ultima generazione detti “Paragonix” erano disponibili, ma l’equipe partita per Bolzano ha dichiarato di non esserne a conoscenza. Un deficit comunicativo e procedurale, questo, che sommato all’errore sul ghiaccio e alla mancata verifica delle condizioni dell’organo al momento dell’inserimento nel contenitore, disegna una sequenza di criticità che la Procura è ora chiamata a verificare, anche attraverso l’autopsia collegiale sul del piccolo Domenico e l’esame dei cellulari sequestrati ai sanitari, per accertare eventuali scambi di messaggi nelle ore decisive.

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