La mamma di Domenico a Verissimo: "Non volevo portarlo in ospedale, ora voglio giustizia". Accolta la ricusazione del perito

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Redazione Interno Redazione Interno   -   dell'articolo patrizia Mercolino, la mamma del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e mezzo morto dopo un trapianto di cuore eseguito lo scorso 23 dicembre all'ospedale Monaldi di Napoli, ha rotto il silenzio stampa in una intervista struggente rilasciata a Verissimo, il programma condotto da Silvia Toffanin. La donna, apparsa visibilmente provata ma determinata, ha raccontato i momenti precedenti l'intervento, svelando un presentimento che, con il senno di poi, assume i contorni di una tragica premonizione. “Quando mi hanno detto che il nuovo cuore per lui era pronto, non volevo portarlo in ospedale”, ha confessato con la voce rotta dalla commozione, “avevo una brutta sensazione, ma mi sono detta che questa era la sua salvezza”. Una salvezza che si è trasformata in un incubo quando, al risveglio dalla speranza, è arrivata la notizia che l'organo trapiantato era stato irrimediabilmente danneggiato. “Ho saputo la verità dai giornali”, ha aggiunto Patrizia Mercolino, “e ora che mio figlio non c'è più, è il momento della giustizia. Chi ha sbagliato deve pagare”.

Nel salotto di Mediaset, la donna ha voluto chiarire un aspetto cruciale della vicenda, sottolineando come le condizioni cliniche di Domenico non imponessero, secondo il suo parere e le rassicurazioni ricevute, una corsa contro il tempo per il trapianto. “Era un bambino come gli altri, la patologia cardiaca era tenuta sotto controllo dalle terapie”, ha spiegato, “non aveva bisogno di un trapianto immediato, non migliorava ma nemmeno peggiorava”. Una dichiarazione che getta un'ombra ancora più cupa sulla gestione dell'intera operazione e sulla decisione di procedere comunque all'impianto di un cuore che, come emerso dalle indagini e dai racconti del personale presente in sala operatoria, era ormai compromesso. I sanitari, nelle loro testimonianze agli atti, lo hanno descritto come un organo “ghiacciato”, “una pietra durissima” che non avrebbe retto, tanto che per tentare di ammorbidirlo si sarebbero resi necessari risciacqui con acqua prima fredda, poi tiepida e infine calda, in una concitazione che il caposala avrebbe commentato con un eloquente: “Ma comm’è? Ha già levato 'o core?”.

Il cambio di rotta nella perizia e l'autopsia come snodo cruciale

Mentre la mamma di Domenico rilasciava la sua intervista, il fronte giudiziario segnava un punto a favore della famiglia. Il gip del tribunale di Napoli, Mariano Sorrentino, ha infatti accolto l'istanza di ricusazione presentata dall'avvocato Francesco Petruzzi, legale dei Caliendo, contro uno dei tre consulenti tecnici d'ufficio nominati per l'incidente probatorio. Si tratta del professor Mauro Rinaldi, cardiochirurgo, che la difesa riteneva non imparziale. Al suo posto, il giudice ha nominato il professor Ugolino Livi, già a lungo in forza alla Cardiochirurgia del Santa Maria della Misericordia di Udine, figura di elevatissimo profilo nel panorama della cardiochirurgia italiana. La sostituzione rappresenta un momento significativo nell'inchiesta, poiché al nuovo collegio peritale spetterà il compito di eseguire l'autopsia sul del piccolo, prevista per martedì 3 marzo presso il Secondo Policlinico di Napoli, e di rispondere ai quesiti posti dalla magistratura per ricostruire con precisione la catena di responsabilità.

Le indagini, che al momento vedono iscritti sette professionisti dell'ospedale Monaldi, si concentrano su due fronti principali, come rivelato dalle relazioni interne e dagli audit. Da un lato, l'attenzione è puntata sulle procedure seguite dall'équipe napoletana recatasi a Bolzano per il prelievo dell'organo. Secondo una relazione trasmessa dalla Provincia autonoma di Bolzano al Ministero della Salute, sarebbero emerse “significative criticità operative a carico del team di prelievo di Napoli”, tra cui una dotazione tecnica incompleta con insufficiente materiale refrigerante e incertezze nella gestione dell'anticoagulazione. Dall'altro lato, l'indagine interna dell'Azienda ospedaliera dei Colli ha evidenziato una “insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto” e la “mancata formalizzazione di ruoli e responsabilità” nelle fasi critiche, a partire dal mancato monitoraggio della temperatura durante il trasporto dell'organo, finito in pratica congelato.

La dinamica in sala operatoria e le parole del chirurgo

A gettare ulteriore luce su quei drammatici momenti è stata la relazione redatta dallo stesso cardiochirurgo Guido Oppido, uno dei indagati, che ha ricostruito nel dettaglio quanto accaduto una volta aperto il contenitore termico. Nella sua relazione, Oppido ha scritto che il cuore era “inglobato in un blocco di ghiaccio” e che “l'estrazione del secchiello dal frigo da trasporto risultava inizialmente impossibile”. Si è reso necessario un “ingente quantitativo di acqua” per ottenere uno scongelamento parziale che consentisse la rimozione dell'organo dai sacchetti sterili, operazione rivelatasi “estremamente difficoltosa e prolungata”. Di fronte a un cuore in “uno stato di profondo congelamento”, ma ormai con l'organo malato del piccolo già espiantato, non c'era alternativa se non procedere con l'impianto di quell'organo ormai lesionato, nella consapevolezza che la situazione era “gravemente compromessa”. Il bambino è rimasto per sessanta giorni in coma farmacologico nel reparto di Terapia intensiva, dove è deceduto il 21 febbraio.

Patrizia Mercolino, nell'intervista, ha anche raccontato di un colloquio intercorso con il dottor Oppido nei giorni successivi all'operazione, un colloquio che la donna ha avuto la prontezza di registrare e che ora è agli atti. “Non lo vedevo da anni, non si è fatto vedere nemmeno il giorno in cui è morto mio figlio”, ha raccontato, riferendosi al medico. “Quando gli ho chiesto il motivo per cui mi avevano detto che sarebbe stato possibile fare un nuovo intervento, lui mi ha detto che era stato preso dalla disperazione”. Parole che, agli occhi della mamma, non bastano a lenire il dolore e che alimentano la richiesta, formalizzata dal suo legale, di un'ipotesi di reato grave: “Vogliamo il riconoscimento dell'omicidio volontario”, ha scandito l'avvocato Petruzzi, “è giusto che esca fuori la verità”. La strada giudiziaria è solo all'inizio, e l'autopsia di domani rappresenta il primo, fondamentale capitolo di una inchiesta che dovrà stabilire se dietro la morte di un bambino ci sia stata solo una catena di fatali negligenze o qualcosa di più.

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