La procura stringe il cerchio sul trapianto e la morte del piccolo Domenico: criticità nell'espianto e nuovi indagati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il sostituto procuratore Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci coordinano un'indagine che si fa di ora in ora più complessa e articolata sulla morte di Domenico, il bambino di due anni e mezzo venuto a mancare lo scorso 21 febbraio dopo un trapianto di cuore eseguito all'ospedale Monaldi di Napoli. La magistratura, come si apprende da fonti giudiziarie, non concentra più le proprie attenzioni esclusivamente sul trasporto dell'organo e sul discusso utilizzo del ghiaccio secco, quello che avrebbe letteralmente bruciato il cuore con le sue temperature polari, ma sta scavando a ritroso nella vicenda, fino ad arrivare alla sala operatoria di Bolzano dove l'espianto venne effettuato lo scorso 23 dicembre. L'ipotesi che prende sempre più piede, e attorno alla quale ruotano gli accertamenti dei carabinieri del Nas, è che il danno all'organo potesse essersi già verificato durante le fasi del prelievo, prima ancora che il contenitore – un comune box di plastica con manico arancione, simile a una borsa frigo – venisse caricato sull'aereo alla volta del capoluogo campano.

La relazione di Bolzano e i 102 minuti decisivi

Un documento chiave in questa fase delle indagini è la relazione inviata lo scorso 18 febbraio dal Dipartimento di Prevenzione Sanitaria e Salute della Provincia autonoma di Bolzano al Ministero della Salute. Nel testo, come riportato da fonti investigative, si parla espressamente di "significative criticità operative a carico del team di prelievo di Napoli". I rilievi, che gettano un'ombra lunga sulla professionalità dell'équipe del Monaldi, riguardano nel dettaglio la procedura chirurgica seguita, una dotazione tecnica giudicata incompleta e incertezze nella somministrazione dell'eparina, il farmaco anticoagulante indispensabile per la corretta perfusione dell'organo. In particolare, i sanitari altoatesini avrebbero segnalato un drenaggio insufficiente durante questa fase, un passaggio tecnico che se eseguito male può lasciare residui ematici capaci di compromettere la conservazione del tessuto cardiaco. Il cronoprogramma dell'intervento è stato ricostruito con precisione: l'incisione venne effettuata alle 9.43, il prelievo alle 11.25, e in quei 102 minuti, un lasso di tempo considerato superiore agli standard per una procedura di questo tipo, potrebbe essersi consumato il primo, fatale errore. Gli investigatori stanno ora cercando di capire se le lesioni riscontrate sull'organo, che l'autopsia dovrà chiarire con certezza, siano riconducibili esclusivamente al freddo o a un danno ischemico o meccanico avvenuto già durante l'espianto.

Le parole della mamma e l'audio in procura

Patrizia Mercolino, la madre di Domenico, non smette di chiedere verità e giustizia per il suo bambino, e la sua determinazione si traduce in atti concreti che alimentano il fascicolo d'inchiesta. Nei giorni scorsi, accompagnata dal legale Francesco Petruzzi, la donna si è recata negli uffici della Procura di Napoli per depositare la registrazione audio di una conversazione avuta con il cardiochirurgo che impiantò il cuore danneggiato a suo figlio. Un gesto, questo, che dimostra la volontà della famiglia di non lasciare nulla di intentato e di portare alla luce ogni singolo aspetto di una vicenda che ha dell'incredibile. Il legale, dal canto suo, ha chiesto formalmente alla magistratura di valutare l'aggravamento dell'ipotesi di reato, attualmente di omicidio colposo, in quella di omicidio volontario con dolo eventuale, una richiesta che, se accolta, cambierebbe radicalmente la prospettiva giudiziaria e la posizione dei sette indagati, il cui numero è recentemente salito a sette con l'iscrizione di una dirigente medico del Monaldi.

L'ospedale Monaldi e la questione del ghiaccio

La macchina investigativa, nel frattempo, non si ferma e anzi mette nel mirino altri dettagli, come la provenienza del ghiaccio secco. I carabinieri del Nas di Trento hanno inoltrato una richiesta formale alla direzione medica dell'azienda sanitaria di Bolzano per identificare chi abbia materialmente fornito il ghiaccio quella mattina in sala operatoria. Stando a una prima ricostruzione, l'équipe napoletana avrebbe chiesto un'integrazione del materiale refrigerante e, alla domanda del personale locale sulla necessità di ghiaccio sterile o non sterile, avrebbe risposto considerando la distinzione irrilevante ai fini della conservazione. Una valutazione che, alla luce di quanto accaduto, appare quanto meno opinabile. A tutto questo si aggiunge la questione del contenitore: un dispositivo di vecchia generazione, sprovvisto di termometro per monitorare la temperatura, quando nella stessa struttura ospedaliera, come è stato appurato, ne erano disponibili tre di ultima generazione. Il legale della famiglia Petruzzi, nei suoi interventi pubblici, ha più volte sottolineato quella che ritiene essere una gestione quantomeno opaca dei fatti successivi all'operazione, con particolare riferimento alla mancata comunicazione tempestiva alla famiglia e alle presunte anomalie nella cartella clinica, dalla quale mancherebbe il diario di perfusione, un documento fondamentale per capire l'esatta sequenza temporale degli eventi in sala operatoria.

Le indagini delle forze dell'ordine e gli accertamenti tecnici

L'ipotesi che l'organo fosse già stato danneggiato durante l'espianto sposta inevitabilmente il baricentro delle responsabilità, allargando il cerchio degli accertamenti a tutti coloro che erano presenti in sala operatoria a Bolzano quella mattina. Oltre ai due cardiochirurghi napoletani, Gabriella Farina e Vicenzo Pagano, e al dottor Guido Oppido, tutti finiti nel registro degli indagati, l'attenzione si concentra ora anche sul personale altoatesino e, in particolare, sull'operatrice socio-sanitaria che avrebbe fornito il ghiaccio e su un infermiere. Sarà decisiva, in questo senso, la testimonianza dell'équipe austriaca giunta da Innsbruck per prelevare fegato e reni, che aveva una visuale privilegiata su quanto accadeva nel corso di quelle lunghe due ore. I sanitari stranieri sono già stati sentiti dagli inquirenti al confine, e le loro dichiarazioni, coperte dal più stretto riserbo, potrebbero contenere elementi fondamentali per la ricostruzione della verità. Nel frattempo, è attesa a breve la decisione del giudice per le indagini preliminari sulla richiesta di incidente probatorio avanzata dalla procura per procedere all'autopsia e all'esame forense dei telefoni cellulari sequestrati agli indagati, atti irripetibili che potrebbero fornire risposte decisive su una vicenda che ha scosso profondamente l'opinione pubblica.

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