Il giallo della cartella clinica di Domenico: «Mancano l'ora dell'espianto e il diario di perfusione»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   A sessanta giorni dal trapianto che avrebbe dovuto salvargli la vita e a poche ore dalla sua scomparsa, avvenuta sabato mattina all'ospedale Monaldi di Napoli, la vicenda del piccolo Domenico si arricchisce di un nuovo, inquietante capitolo. L'avvocato Francesco Petruzzi, legale della madre del bambino di due anni e mezzo, si recherà stamattina in Procura per gettare luce su quella che definisce una lacuna documentale difficile da ignorare. La cartella clinica consegnata dalla struttura ospedaliera, infatti, presenterebbe dei vuoti temporali di non poco conto: «Mancano i riferimenti precisi, il minutaggio delle varie fasi», ha spiegato il difensore, sottolineando come sia impossibile ricostruire con esattezza la sequenza degli eventi in sala operatoria. In particolare, a essere assente sarebbe il cosiddetto diario di perfusione, il tracciato della circolazione extraCorporea che solo potrebbe dimostrare il momento esatto in cui il cuore malato del bimbo fu rimosso, prima che venisse impiantato l'organo lesionato giunto da Bolzano.

Non è un dettaglio da poco, questo, perché la tempistica, in un intervento di tale complessità, la si sa bene, è tutto. Sapere con certezza quando il piccolo è rimasto senza il suo cuore naturale, in attesa che quello nuovo prendesse il sopravvento, è elemento cruciale per comprendere le dinamiche di ciò che è accaduto il 23 dicembre scorso. Il legale della famiglia, che già nei giorni scorsi aveva ipotizzato profili di dolo eventuale spingendo per una qualificazione dell'ipotesi di reato ben più grave dell'omicidio colposo, ora chiede agli inquirenti di acquisire quel documento, se già non lo possiedono, nella speranza che colmi un vuoto che appare sempre più sospetto.

Il cuore pietrificato e la catena di errori in sala operatoria

Mentre la Procura di Napoli, con il procuratore aggiunto Antonio Ricci e il sostituto Giuseppe Tittaferrante, coordina gli accertamenti del Nas, il cerchio attorno ai sei indagati – tra i quali figurano la chirurga Gabriella Farina, che guidò l'équipe partita per l'espianto, e il dottor Guido Oppido, che al Monaldi effettuò l'impianto – si stringe ulteriormente. I loro cellulari sono stati sequestrati e si attende a breve la nomina di un pool di esperti per l'autopsia, che si concentrerà in particolare su quel cuoricino definito "bruciato" dal contatto con il ghiaccio secco. La ricostruzione offerta dagli audit interni parla di una richiesta, fatta dai medici partenopei giunti all'ospedale San Maurizio di Bolzano, di integrare il ghiaccio nel contenitore di trasporto, un vecchio box di plastica privo di termostato. Richiesta che sarebbe stata esaudita dal personale altoatesino, ma con l'utilizzo fatale di anidride carbonica solidificata, capace di raggiungere i settanta gradi sotto zero, invece del classico ghiaccio d'acqua.

E qui, come spesso accade in queste storie, si innesta l'elemento umano, fatto di concitazione e forse di negligenza. Perché dai primi accertamenti emergerebbe che i chirurghi, una volta arrivati a Napoli e resisi conto del possibile danno all'organo, avrebbero comunque proceduto con l'intervento. C'è chi parla di una decisione presa contro il tempo, con il bambino già in circolazione extrarea e il suo cuore ormai asportato, una condizione che non lasciava alternative se non quella di procedere con l'organo danneggiato. Il dottor Antonio Corcione, anestesista e volto noto del Monaldi pur non essendo direttamente coinvolto nell'operazione, ha provato a spiegare la dinamica: «Si lavora sui minuti, oltre un certo tempo il cuore non regge. Quando i colleghi hanno comunicato di essere in tangenziale, temendo i ritardi del traffico, si è atteso. Si è deciso di iniziare solo quando il team era già in ascensore».

La lunga agonia e il confronto con altri casi

Da quel momento, per Domenico, è iniziato un calvario durato due mesi. Attaccato alla macchina cuore-polmone Ecmo, i suoi organi interni hanno subito un danno progressivo e inarrestabile. Solo lo scorso 6 febbraio, più di quaranta giorni dopo l'operazione, l'Heart Team si riunì per la prima volta per valutare le sue condizioni, un ritardo che lo stesso avvocato Petruzzi non ha esitato a definire emblematico. Nei consulti successivi, allargati anche ad esperti del Bambino Gesù di Roma e di altri centri, si è infranta ogni speranza: il bimbo non era più in grado di sostenere un secondo trapianto. Una decisione, quella di sospendere le terapie e avviare le cure palliative, presa in accordo con la madre Patrizia attraverso lo strumento della Pianificazione Condivisa delle Cure, che non è eutanasia, ci tengono a precisare i medici, ma un atto doveroso per evitare l'accanimento.

La storia di Domenico, pur nella sua specificità, non rappresenta purtroppo un unicum nella storia del reparto di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi. Il pensiero corre subito al caso di Pamela Dimitrova, la bimba di due anni morta nell'agosto del 2024 dopo essere rimasta a lungo in attesa di un organo compatibile. E più indietro nel tempo, all'anno nero del 2014, quando su nove bambini sottoposti a trapianto, nessuno ce la fece. Mentre i magistrati lavorano per accertare eventuali responsabilità penali, e la madre del piccolo annuncia la nascita di una fondazione con il suo nome per assistere altre famiglie colpite da vicende simili, rimane il nodo della verità processuale. Una verità che dovrà fare i conti non solo con le testimonianze e le perizie, ma anche con quei buchi neri nella cartella clinica, quei minuti mancanti che forse, chissà, potrebbero raccontare una storia diversa.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.