Il giallo della cartella clinica di Domenico: per l’avvocato manca il foglio con l’ora esatta in cui gli tolsero il cuore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Proseguono senza sosta, anche nella mattinata di domenica, le attività dei carabinieri del Nucleo antisofisticazione all’interno dell’ospedale Monaldi di Napoli, dove i militari sono tornati per acquisire ulteriore documentazione nell’ambito dell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni e quattro mesi venuto a mancare sabato dopo un calvario durato settanta giorni. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal sostituto Giuseppe Tittaferrante, si è già allargata a sei sanitari – tra medici e paramedici – ai quali nella giornata di ieri sono stati notificati gli avvisi di garanzia, con il contestuale sequestro dei telefoni cellulari, strumenti questi ultimi che potrebbero rivelarsi decisivi per ricostruire i flussi di comunicazione intercorsi tra i componenti dell’équipe nel giorno del tragico intervento e nelle fasi immediatamente successive. Mentre la Procura lavora per fare piena luce su una vicenda che ha dell’incredibile, con quel cuore danneggiato dal trasporto in una borsa termica riempita di ghiaccio secco, e con il bambino sottoposto comunque all’impianto nonostante l’organo fosse ormai compromesso, è la documentazione clinica a sollevare nuovi e inquietanti interrogativi.

Un documento chiave e l’assenza dei minuti precisi

L’avvocato Francesco Petruzzi, difensore della famiglia del piccolo, ha infatti sollevato una questione spinosa che getta ulteriori ombre sulla gestione dell’intera vicenda: la cartella clinica consegnata dalla direzione ospedaliera del Monaldi ai legali della mamma Patrizia risulterebbe incompleta. Nel dettaglio, e con una precisione che non lascia spazio a fraintendimenti, il legale ha denunciato come dall’ingente mole di atti trasmessi manchi un pezzo fondamentale, vale a dire il cosiddetto “diario di perfusione”. Si tratta, per chi non avesse familiarità con la complessa macchina della cardiochirurgia, del tracciato della circolazione extrarea, quel documento cioè che registra minuto per minuto il funzionamento della macchina cuore-polmone durante l’operazione e che, nelle intenzioni degli inquirenti e della stessa famiglia, sarebbe stato in grado di dimostrare con assoluta certezza il momento esatto in cui, quel 23 dicembre, il cuore malato ma naturale di Domenico venne espiantato. Un passaggio, questo, che appare dirimente: se l’organo del bambino fu rimosso prima che l’équipe rientrata da Bolzano avesse la certezza della vitalità del cuore donato, allora non ci sarebbero giustificazioni. Ma non è solo l’assenza di quel foglio a destare perplessità.

Il nodo, infatti, è anche e soprattutto cronologico. L’avvocato Petruzzi, come riportato da alcune agenzie di stampa, ha sottolineato un altro aspetto di non poco conto: nella documentazione ricevuta le varie fasi dell’intervento e della rianimazione sono descritte in sequenza logica, ma mancherebbe del tutto il “minutaggio” preciso, quei dettagli temporali, quei riferimenti all’ora esatta o alla durata di ogni singolo passaggio che sarebbero necessari per comprendere l’effettivo, drammatico susseguirsi degli eventi in sala operatoria. Una lacuna, questa, che appare tanto più grave se si considera che l’intera strategia difensiva di alcuni sanitari, e in particolare del cardiochirurgo Guido Oppido (il professionista che materialmente eseguì il trapianto), si basa proprio sulla pressione temporale, sulla necessità di correre contro il tempo per ridurre i minuti di ischemia, un fattore che avrebbe indotto i medici a procedere comunque nonostante il forte sospetto che il cuore arrivato dal San Maurizio di Bolzano fosse ormai “pietrificato” dal freddo anomalo del ghiaccio secco. La mancanza di questi riferimenti temporali rende di fatto complesso, almeno per ora, stabilire con esattezza la catena delle decisioni e delle eventuali responsabilità, e sarà certamente al centro del confronto che il legale della famiglia avrà nelle prossime ore con il procuratore aggiunto Ricci, al quale intende segnalare l’anomalia.

Le dichiarazioni di un luminare e i dubbi sul trapianto

Nel frattempo, a gettare ulteriore benzina sul fuoco di un’inchiesta già rovente, sono arrivate le dichiarazioni di un vero e proprio luminare della cardiologia pediatrica italiana, il professor Roberto Tumbarello, a lungo primario al Brotzu di Cagliari e figura di spicco a livello nazionale. Interpellato sulla vicenda, Tumbarello ha espresso perplessità tali da far pensare a un concatenamento di errori talmente vasto da risultare, a suo dire, “non plausibile”. Il professore, pur senza entrare nel merito specifico delle responsabilità individuali che solo l’inchiesta potrà determinare, ha puntato il dito principalmente sul fronte della comunicazione, ma le sue parole hanno toccato anche gli aspetti più tecnici. Intervistato da alcuni quotidiani, Tumbarello ha spiegato come il ghiaccio secco – ovvero anidride carbonica solidificata a temperature che possono toccare i -80 gradi – sia assolutamente incompatibile con la conservazione di un organo da trapiantare, che richiederebbe invece temperature comprese tra zero e quattro gradi per non danneggiare le fibre muscolari e scongiurare i rischi legati all’ipossia.

L’esperto, inoltre, ha sollevato un dubbio che è anche un monito: come è possibile che un’équipe di un ospedale, il Monaldi, che vanta una tradizione importante e che ha eseguito centinaia di trapianti in vent’anni, abbia potuto commettere una sequela di errori tanto grave e, soprattutto, tutti in una volta? Tumbarello si è spinto oltre, ricordando un passaggio cruciale della procedura: prima di procedere all’espianto del cuore malato del ricevente, in sala operatoria si eseguono sempre dei test per verificare la funzionalità dell’organo del donatore. Nel caso di Domenico, invece, pare che l’espianto del suo cuore sia avvenuto prima di avere la certezza che quello nuovo fosse vitale. Una procedura, questa, che appare quanto meno anomala e che, se confermata, sposterebbe inevitabilmente il baricentro delle responsabilità dall’errore materiale del trasporto a una più grave omissione nella catena decisionale. Per non parlare poi dell’uso dell’ECMO, la macchina che ha tenuto in vita il bambino per oltre due mesi, un dispositivo che, se da un lato sostituisce le funzioni cardiache e polmonari, dall’altro, con il passare dei giorni, finisce inevitabilmente per danneggiare gli organi interni a causa della circolazione meccanica e non pulsatile. Un calvario, quello del piccolo, che ha visto susseguirsi emorragie cerebrali e addominali, infezioni e il lento spegnersi di polmoni, fegato e reni.

Il ritorno dei Nas in ospedale e le prossime mosse

I carabinieri del Nas, tornati al Monaldi in queste ore, stanno mettendo insieme i tasselli di un puzzle investigativo che si fa di ora in ora più complesso. Dopo il sequestro dei telefoni cellulari dei sei indagati – una mossa che mira a ricostruire chat, chiamate e messaggi intercorse tra i membri dell’équipe nei momenti cruciali della vicenda – l’attenzione degli inquirenti si concentra ora sull’acquisizione di tutti gli atti, compreso quel famigerato “diario di perfusione” che la famiglia denuncia come mancante. Non è chiaro, al momento, se il documento sia stato semplicemente dimenticato nella consegna alla difesa o se vi siano altre ragioni per la sua assenza, ma l’avvocato Petruzzi non ha perso tempo e ha annunciato che lunedì mattina tornerà in Procura per formalizzare la segnalazione. Contestualmente, lo stesso legale provvederà a depositare la nomina dell’anatomopatologo di parte, un consulente tecnico che seguirà l’esame autoptico disposto dalla magistratura, un esame che non è stato ancora calendarizzato ma che si preannuncia come uno dei momenti cruciali per stabilire con certezza le cause del decesso e, soprattutto, lo stato in cui versavano gli organi del piccolo al momento del trapianto e nelle settimane successive.

Nel frattempo, fuori dall’ospedale Monaldi, è spuntato un piccolo memoriale spontaneo fatto di fiori, peluche e biglietti, a testimonianza di uno sgomento che travalica i confini della città partenopea e della stessa Nola, il paese di origine della famiglia. La madre del bambino, Patrizia, in un’intervista televisiva a caldo, ha rotto il silenzio con parole cariche di dolore e di rabbia, parole che però non lasciano spazio a fraintendimenti: “Voglio la verità, tutta la verità, me la devono”. Un grido che riecheggia nelle aule dei tribunali e nei corridoi dell’ospedale, mentre i magistrati della VI sezione lavoro e colpe professionali continuano a lavorare per accertare se si sia trattato di una catastrofica combinazione di fatalità, di imperizia colposa, o di qualcosa di ben più grave. E mentre si attende la nomina del pool di esperti che eseguirà l’autopsia, l’unica certezza, al momento, è che dalla cartella clinica manca un pezzo e che quei minuti, quei preziosi e fatali minuti, sono ancora tutti da scrivere.

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