Domenico, l’esposto degli ispettori e il cuore compromesso da un farmaco prima ancora dell’espianto a Bolzano
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Redazione Interno
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L’indagine sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni deceduto il 21 febbraio dopo due mesi di agonia seguiti al trapianto fallito al Monaldi di Napoli, si arricchisce di un nuovo, inquietante capitolo che sposta l’asse delle verifiche indietro nel tempo, prima ancora che l’équipe napoletana entrasse in sala operatoria a Bolzano. Gli ispettori del ministero della Salute, al termine dei sopralluoghi effettuati sia nella struttura altoatesina sia in quella campana, hanno messo nero su bianco un'ipotesi che, se confermata, ridefinirebbe gran parte della dinamica già nota: il cuore destinato al piccolo potrebbe essere stato danneggiato da un errore nella somministrazione di un farmaco durante le fasi preliminari all’espianto, un passaggio precedente persino al tragico utilizzo del ghiaccio secco per il trasporto. Sarebbe stato l’anestesista dell’ospedale San Maurizio, secondo quanto ricostruito, a somministrare un dosaggio rivelatosi potenzialmente letale per la conservabilità dell'organo, una circostanza che getta una luce sinistra su una vicenda già segnata da molteplici zone d’ombra.
Se da un lato l’attenzione mediatica e giudiziaria si era finora concentrata sul caos organizzativo e sulle figure del Monaldi – sette medici iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo, tra cui il primario Guido Oppido e la chirurga Gabriella Farina – dall’altro la relazione ministeriale apre ora un fronte settentrionale dell’inchiesta, senza però che questo, nelle intenzioni della procura, alleggerisca le responsabilità dei sanitari campani. L’avvocato della famiglia Caliendo, Francesco Petruzzi, ha sottolineato come l’eventuale accertamento di un errore nella fase di prelievo non cancelli quanto accaduto dopo, a Napoli, quando il cuore ormai compromesso venne impiantato. Sarà l’autopsia, affidata ai consulenti tecnici, a dover stabilire con precisione lo stato del tessuto cardiaco e l'effettiva concatenazione dei danni: se prima il farmaco, poi il congelamento. Una partita, quella delle responsabilità, che si gioca su più tavoli mentre la famiglia del bimbo continua a chiedere chiarezza.
Il frigorifero da spiaggia e l’altro caso che riemerge dal passato
Nel frattempo, mentre la procura procede con gli accertamenti, emerge un tassello che riconduce a un'altra vicenda sepolta e mai davvero indagata. L’avvocato Petruzzi ha infatti reso noto che un secondo nucleo familiare si è rivolto al suo studio per raccontare una storia terribilmente simile, quasi un calco di quella di Domenico: una bambina di cinque anni, deceduta nel marzo del 2023 dopo un trapianto di cuore eseguito sempre al Monaldi. I genitori di quella piccola, profondamente religiosi e restii all’epoca a procedere con una denuncia che avrebbe comportato l’autopsia, hanno ora trovato la forza di parlare, spinti proprio dal clamore suscitato dalla morte di Domenico e dalla paura che nulla cambi. Nella loro ricostruzione, affidata anche a un video diffuso dal deputato Francesco Emilio Borrelli, affiorano dettagli agghiaccianti: il cuore destinato alla loro bambina sarebbe arrivato in sala operatoria dentro un comune frigorifero da spiaggia, lo stesso modello di contenitore isotermico di vecchia generazione utilizzato anche per Domenico e che, nonostante le linee guida del Centro nazionale trapianti ne avessero caldeggiato la dismissione già dal 2018 in favore di dispositivi a temperatura controllata, sembra essere rimasto in uso per troppo tempo.
Il racconto della madre di quella bimba, riportato dal Mattino, parla di un clima di tensione nel reparto, di un primario con un atteggiamento definito poco umano e di una vicenda che, per certi versi, anticipa la tragedia di due anni e mezzo dopo. La bambina, operata nell’agosto del 2021, non superò le complicanze e morì dopo 46 giorni di coma, proprio come accaduto a Domenico. E anche in quel caso, ai genitori venne detto che l’intervento era riuscito, salvo poi assistere a un progressivo e inesorabile peggioramento. Questo secondo caso, che la procura aveva inizialmente smentito di star indagando, torna ora prepotentemente alla ribalta, sollevando interrogativi su possibili recidive sistemiche e su una catena di errori che potrebbe non essersi interrotta con la morte della piccola paziente.
Quel ghiaccio che fumava e i dispositivi Paragonix dimenticati in ospedale
A rendere ancor più paradossale la vicenda, infatti, contribuisce la scoperta che l’ospedale Monaldi aveva in dotazione, già dal 2023, tre dispositivi all’avanguardia per il trasporto degli organi, i cosiddetti sistemi Paragonix Sherpapak, in grado di mantenere il cuore alla temperatura costante di 4-8 gradi monitorandola in tempo reale, senza necessità di ghiaccio. Bastava un breve training, come scritto nella richiesta di acquisto firmata dalla stessa direzione sanitaria, per utilizzarli. Eppure, la mattina del 23 dicembre, l’équipe partita per Bolzano ignorava l’esistenza di quei dispositivi, lasciandoli in ospedale e preferendo il vecchio metodo delle tre sacche e del contenitore isotermico da riempire di ghiaccio. Una scelta che si è rivelata fatale, soprattutto quando, terminato il ghiaccio portato da Napoli, si è reso necessario chiederne altro ai colleghi altoatesini.
Ed è qui che si inserisce la testimonianza chiave di un’operatrice di Bolzano, raccolta dai carabinieri del Nas: lei vide quel "fumo freddo" esalare dal ghiaccio secco che stava per versare, e chiese espressamente ai medici napoletani se andasse bene. Ricevette il loro assenso, con tanto di indicazioni su come rabboccare il contenitore. Nessuno, in quel frangente, si rese conto che quel ghiaccio, usato a Bolzano per i tessuti e con una temperatura di settanta gradi sotto zero, avrebbe ustionato e reso inutilizzabile il cuoricino di Domenico. Le linee guida parlano chiaro: quel tipo di refrigerante non dovrebbe neppure entrare in sala operatoria. Eppure, come emerso dagli accertamenti, l’équipe del Monaldi, con la fretta e la concitazione del momento, non solo autorizzò l’operazione, ma partì senza nemmeno verificare, alla fine, le condizioni del contenitore. Una catena di omissioni e disattenzioni, che dalle Dolomiti si snoda fino al Vomero, sulla quale la magistratura è ora chiamata a fare piena luce, mentre i genitori del piccolo, ospiti a Domenica In, promettono battaglia affinché nessuno dimentichi e nessun altro bambino debba soffrire come il loro.




