Morte di Domenico, i dubbi sull’espianto a Bolzano: un farmaco avrebbe compromesso il cuore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sarebbe stato un dosaggio sbagliato di un farmaco, somministrato nelle fasi immediatamente precedenti all’espianto, a danneggiare in modo irreparabile il cuore destinato al piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e tre mesi deceduto il 21 febbraio dopo due mesi di agonia seguiti a un trapianto fallito all’ospedale Monaldi di Napoli. La circostanza, destinata ad allargare il perimetro delle verifiche, emerge dalla relazione tecnica depositata dagli ispettori del ministero della Salute e del Centro nazionale trapianti, i quali hanno effettuato sopralluoghi sia nella struttura altoatesina, dove l’organo era stato prelevato, sia in quella partenopea, dove il piccolo era stato operato il 23 dicembre. L’ipotesi investigativa, su cui ora si concentreranno gli accertamenti autoptici, è che un’anestesista dell’ospedale San Maurizio di Bolzano possa aver commesso un errore nella quantità di farmaco inoculata, compromettendo la vitalità del muscolo cardiaco ancor prima che iniziasse il tragitto verso Napoli.

La testimonianza dell’infermiere e l’apertura del box

Centrale, nelle more dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli, rimane il ruolo di chi quel giorno si trovava in sala operatoria. Francesco Farinaceo, infermiere specializzato, è stato ascoltato dai magistrati e il suo verbale è stato immediatamente secretato: fu lui, materialmente, ad aprire il contenitore termico giunto da Bolzano, trovandosi davanti a una scena agghiacciante. L’organo, a causa del contatto con il ghiaccio secco utilizzato erroneamente per la conservazione durante il trasporto aereo, si presentava come un blocco di ghizzo durissimo. La sua testimonianza, che gli inquirenti tengono gelosamente custodita, potrebbe rappresentare un elemento dirimente per ricostruire l’esatta catena delle responsabilità, a partire da chi autorizzò l’uso di quel tipo di refrigerante, capace di portare la temperatura a settanta gradi sotto zero e di necrotizzare i tessuti.

La sequenza temporale e l’espianto affrettato

A gettare ulteriore luce sulla dinamica degli eventi contribuisce una telefonata finita agli atti, la quale dimostrerebbe una grave anomalia nella gestione dei tempi chirurgici. Alle 14.18, il cardiochirurgo Guido Oppido aveva già proceduto al clampaggio dell’aorta e all’espianto del cuore malato del piccolo Domenico, lasciandolo di fatto in vita solo grazie alla circolazione extrarea. Quattro minuti più tardi, alle 14.22, la dottoressa Gabriella Farina chiamava dalla sala operatoria per comunicare di essere appena rientrata al Monaldi con l’organo donato: nessuno, prima di asportare il cuore ormai insufficiente del bambino, aveva quindi verificato lo stato di quello nuovo, partito da Bolzano e la cui conservazione era già stata compromessa. Il controllo, avvenuto a cose ormai fatte, rivelò l’inutilità di ogni tentativo di scongelamento, tentato prima con acqua fredda, poi tiepida e infine calda dal personale infermieristico nel disperato tentativo di recuperare il tempo e l’organo.

Il precedente e il nuovo fronte giudiziario

La vicenda giudiziaria, che al momento vede sette medici del Monaldi iscritti nel registro degli indagati, potrebbe non limitarsi al solo caso di Domenico. L’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia Caliendo, ha reso noto che un’altra coppia di genitori si è rivolta al suo studio per un analogo trapianto cardiaco pediatrico conclusosi negativamente. Si tratta di un fatto risalente a circa cinque anni fa, emerso solo dopo la notorietà mediatica acquisita dalla morte del piccolo, e che secondo quanto riferito dal legale presenterebbe elementi di analogia con quanto accaduto il 23 dicembre scorso, spingendo i familiari a chiedere approfondimenti. La Procura, pur ribadendo che l’indagine principale rimane focalizzata esclusivamente sulla morte di Domenico, dovrà ora valutare la fondatezza di questi nuovi elementi portati all’attenzione.

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