Morte di Domenico Caliendo, il cuore "come una pietra" e i tentativi di scongelarlo: parlano gli infermieri
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Redazione Interno
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Il racconto di quei minuti convulsi, trascorsi in sala operatoria nel tentativo disperato di salvare un organo ormai compromesso, emerge con dovizia di particolari dai verbali degli infermieri ascoltati dalla Procura di Napoli. Nelle loro deposizioni, depositati agli atti dell'inchiesta coordinata dal sostituto Giuseppe Tittaferrante, i sanitari presenti all'intervento del 23 dicembre scorso presso l'ospedale Monaldi hanno descritto la scena che si era palesata dinanzi ai loro occhi all'apertura del contenitore termico proveniente da Bolzano: il cuore, destinato al piccolo Domenico, si presentava "duro come una pietra", di fatto una massa congelata e inutilizzabile -1-7. I tre infermieri, le cui identità rimangono coperte dal segreto istruttorio, hanno riferito di aver tentato ogni manovra per recuperare la situazione, provando a reidratare e scongelare l'organo mediante l'utilizzo di acqua, prima fredda, poi tiepida e infine calda, in un estremo e vano tentativo di renderlo idoneo all'impianto -1. Un quadro, questo, che getta una luce sinistra sulla catena di eventi e che si accompagna alle dichiarazioni del legale della famiglia Caliendo, l'avvocato Francesco Petruzzi, circa la tempistica dell'operazione. Secondo quanto ricostruito dal difensore, il cuore malato del bambino sarebbe stato espiantato alle 14.18, mentre l'organo danneggiato sarebbe giunto in sala operatoria solo dodici minuti più tardi, alle 14.30, rendendo di fatto obbligato e senza alternative il ricorso a quel cuore ormai compromesso per evitare la morte immediata del piccolo paziente -5.
A monte della tragica vicenda, e a supporto della tesi di un errore procedurale commesso già nella fase di prelievo, vi è ora anche una relazione dettagliata inviata lo scorso 18 febbraio dal Dipartimento di Prevenzione Sanitaria e Salute della Provincia Autonoma di Bolzano al Ministero della Salute. Nel documento, visionato dagli inquirenti, si elencano quelle che vengono definite "significative criticità operative a carico del team di prelievo di Napoli" -3-9. Le contestazioni mosse all'équipe campana, guidata dalla cardiochirurga Gabriella Farina (una dei sette indagati), riguardano molteplici aspetti: una procedura chirurgica non ortodossa durante la fase di perfusione dell'organo, che avrebbe causato una massiva congestione; una dotazione tecnica incompleta, con i sanitari partenopei sprovvisti di sacche e contenitori adeguati, tanto da dover essere riforniti dal team di Innsbruck contemporaneamente presente in sala per il prelievo di fegato e reni; e, non ultima, una quantità insufficiente di materiale refrigerante e una gestione incerta dell'anticoagulazione -3. Da qui, la richiesta da parte dell'ospedale altoatesino di integrare il ghiaccio mancante, una richiesta che, secondo la ricostruzione, avrebbe portato all'utilizzo fatale del ghiaccio secco, fornito dalla stessa struttura bolzanina ma la cui gestione e il cui corretto impiego sarebbero ricaduti sotto la responsabilità esclusiva del team prelevatore -9-10.
La tensione in sala e il "parapiglia" in tv
Le testimonianze raccolte dipingono anche un clima di forte tensione all'interno della sala operatoria nel momento in cui il primario Guido Oppido, che aveva già completato l'espianto del cuore di Domenico, si è reso conto dello stato in cui versava l'organo appena giunto. Secondo quanto riportato, la reazione del chirurgo nei confronti della collega reduce da Bolzano sarebbe stata particolarmente accesa, con "la tensione che si tagliava a fette" -7. Un clima di conflitto e di sospetti che sembra essere straripato oltre le mura ospedaliere, arrivando fino agli studi televisivi. Nel corso di un collegamento dedicato alla vicenda, il giornalista Pino Rinaldi si è rivolto all'avvocato Petruzzi con un riferimento a quanto accaduto in una precedente puntata, menzionando un "po' di parapiglia" e un momento di forte tensione in studio, scusandosi poi per una presunta "incomprensione" -2. Un episodio che, seppur marginale rispetto al nucleo centrale dell'inchiesta, testimonia quanto l'emozione e la rabbia per la morte del bambino stiano montando, rischiando di tracimare in ogni sede, pubblica e privata.
La procura al lavoro tra autopsia e telefoni
Mentre la Procura ha ormai cristallizzato il numero degli indagati a sette, tutti professionisti del Monaldi tra cui spiccano i nomi di Oppido, della stessa Farina, dell'anestesista Francesca Blasi e delle cardiochirurghe Mariangela Addonizio ed Emma Bergonzoni, le indagini si concentrano ora su più fronti -7-8. Da un lato, si attende l'esito dell'incidente probatorio richiesto dal pm Tittaferrante, che porterà all'esecuzione dell'autopsia sul corpicino di Domenico e a una perizia medico-legale collegiale, atto fondamentale per stabilire con certezza se il cuore fosse già stato danneggiato durante il prelievo a Bolzano o se vi siano stati ulteriori problemi nella fase conservativa o di impianto -6. Dall'altro lato, gli inquirenti stanno setacciando i telefoni cellulari sequestrati ai sette indagati. L'obiettivo è quello di analizzare chat, messaggi vocali e conversazioni intercorse nelle ore cruciali del 23 dicembre e nei giorni immediatamente successivi, per verificare il livello di consapevolezza dei medici circa il danno all'organo e per capire se vi sia stata una volontà, come sospetta la famiglia, di occultare quanto accaduto, anche modificando o non riportando fedelmente gli orari nei verbali operatori -7-8.




