Il fratello di Domenico: “Mamma, devi fargliela pagare”. Il dolore e la rabbia dopo la morte del bimbo col cuore bruciato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è soltanto la richiesta di giustizia di una madre, quella che Patrizia Mercolino, mamma del piccolo Domenico Caliendo, ha portato in queste settimane davanti alle telecamere e negli studi televisivi, ma è anche e soprattutto il grido di dolore di un bambino, il fratello maggiore di Domenico, che con la spontaneità e la cruda sincerità tipica dell’infanzia ha affidato alla mamma un messaggio chiaro e diretto, quasi un ordine morale. Quando Patrizia, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, ha raccontato il dialogo avuto in casa con l’altro figlio, la scena che ha descritto è stata di quelle che difficilmente si dimenticano: il bambino, un fratellino più grande che del piccolo Domenico serbava il ricordo dei giochi e della presenza in casa, si è avvicinato e le ha detto, testuali parole, “Mamma, tu gliela devi fare pagare”. Una frase secca, pesante come un macigno, che riassume in sé tutto lo smarrimento e la consapevolezza, persino in un bambino, che la scomparsa del fratello di due anni non è stata una fatalità ineluttabile, ma il tragico epilogo di una catena di errori umani su cui ora la Procura di Napoli è chiamata a fare piena luce. Quell’appello, “fargliela pagare”, pronunciato da una voce così giovane, è diventato, nelle parole della madre, il motore emotivo di una battaglia che la famiglia Mercolino ha deciso di combattere senza risparmiarsi, trasformando il proprio lutto in una richiesta di verità processuale che non conosce soste.

Il trapianto fallito e le ore di agonia in sala operatoria

Per comprendere fino in fondo la portata di quella rabbia, quella stessa che pervade le aule di giustizia e che trapela dai verbali acquisiti dagli inquirenti, occorre tornare indietro al pomeriggio del 23 dicembre, quando al reparto di cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi di Napoli arrivò la notizia tanto attesa: un cuore compatibile era stato espiantato a Bolzano da un bambino di quattro anni, vittima di un incidente, e sarebbe stato trasportato in Campania per salvare la vita di Domenico, affetto da una grave cardiopatia dilatativa. L’attesa, tuttavia, si trasformò ben presto in un dramma nell’dramma quando i chirurghi, aperti i contenitori termici, si trovarono davanti non a un organo vitale e protetto, ma a un blocco di tessuto apparentemente compromesso. Tre infermieri presenti in sala operatoria hanno poi messo a verbale, come riportato da ricostruzioni giornalistiche, i concitati tentativi messi in atto per cercare di recuperare la situazione: furono provati bagni con acqua fredda, poi tiepida e infine calda, nel disperato tentativo di scongelare il cuore e riportarlo a una temperatura idonea per l’impianto. Tutto inutile. L’organo, a contatto con del ghiaccio secco che raggiunge temperature polari, era di fatto andato distrutto, ustionato dal freddo al punto che qualcuno lo descrisse “duro come una pietra”. Nonostante le precarie condizioni del cuore, i medici decisero di procedere ugualmente con l’impianto, forse nella speranza estrema che potesse riprendere le sue funzioni una volta allacciato al torace del piccolo, ma così non fu. Da quel momento, per Domenico, iniziò un calvario durato due mesi, tenuto in vita da una macchina Ecmo in attesa di un nuovo, miracoloso trapianto che non è mai arrivato, complice anche il parere negativo espresso dai maggiori esperti italiani riunitisi al capezzale, i quali hanno stabilito che le condizioni del bambino non erano più compatibili con un secondo intervento. Le sue condizioni sono precipitate definitivamente all’alba del 21 febbraio, quando un arresto cardiocircolatorio ne ha determinato la morte, circondato dal pianto dei genitori e del personale sanitario.

L’inchiesta per omicidio colposo e il nodo delle responsabilità

La Procura di Napoli, che inizialmente aveva aperto un fascicolo per lesioni colpose, dopo il decesso del piccolo ha dovuto inevitabilmente riqualificare il reato, procedendo ora per omicidio colposo in danno di diversi sanitari. Gli indagati, tutti iscritti nel registro come atto dovuto per consentire l’autopsia e gli accertamenti tecnici irripetibili, sono al momento professionisti facenti capo all’équipe dell’ospedale Monaldi, quella che materialmente ha eseguito il prelievo in Alto Adige e quella che ha poi impiantato l’organo danneggiato. E proprio sulla fase del prelievo e del trasporto si stanno concentrando le verifiche dei carabinieri del Nas e dei magistrati. Secondo le prime risultanze investigative, trapelate da fonti vicine all’inchiesta e riportate da organi di stampa, l’attenzione si è spostata in maniera preponderante sull’operato della squadra campana. Sembrerebbe, infatti, che i chirurghi arrivati a Bolzano si siano presentati con una dotazione tecnica quantomeno carente: una borsa termica ritenuta antiquata, una quantità di ghiaccio definita infinitesimale rispetto allo standard richiesto e l’utilizzo, stando a quanto riferito, di un contenitore di plastica più adatto a campioni istologici che a un cuore da trapiantare. A questi elementi si aggiungerebbero dubbi sulla procedura di anticoagulazione seguita. Nell’emergenza, l’équipe avrebbe dovuto richiedere e reperire ulteriore ghiaccio, ma pare che proprio la fretta e la concitazione del momento abbiano portato a un utilizzo improprio di ghiaccio secco, magari fornito da personale di supporto non specializzato, che ha poi provocato il congelamento irreversibile dell’organo.

La battaglia della famiglia e la costituzione di una fondazione

Davanti a questo scenario, la determinazione di Patrizia Mercolino e di suo marito Antonio non accenna a diminuire. Assistere al proprio figlio che spegne le sue energie vitali giorno dopo giorno, e sapere che tutto ciò sarebbe potuto essere evitato se solo fossero state seguite le corrette prassi mediche, è una ferita che difficilmente potrà rimarginarsi. Ecco, quindi, che la promessa fatta al figlio morente e l’esortazione ricevuta dall’altro figlio si sono concretizzate in un’azione legale serrata e in una decisione importante: istituire una fondazione intitolata proprio a Domenico. Come annunciato dal legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, l’obiettivo di questa fondazione sarà duplice: da un lato, offrire supporto e assistenza ad altri bambini che si trovano in lista d’attesa per un trapianto o che sono vittime di malpractice sanitaria; dall’altro, vigilare affinché storie come quella di Domenico non debbano più ripetersi. La madre, in tal senso, ha voluto lanciare anche un monito importante, mettendo in guardia da possibili truffe: in queste settimane, infatti, sono apparsi online falsi appelli di raccolta fondi che sfruttavano il nome e la foto del bambino, tentativi speculativi che la famiglia ha prontamente segnalato alle autorità competenti, invitando chiunque volesse dare un contributo ad attendere l’apertura ufficiale del conto corrente della fondazione. È una reazione che dimostra come, anche nel dolore più profondo, Patrizia conservi la lucidità necessaria per proteggere la memoria del figlio e per fare in modo che la sua immagine non venga strumentalizzata. Il processo che porterà all’autopsia e agli accertamenti tecnici sarà il primo banco di prova per stabilire, una volta per tutte, chi abbia sbagliato e perché, in quella catena di decisioni che ha portato un cuore sano a diventare, per usare le parole crude ma efficaci degli inquirenti, un organo “bruciato” e inutilizzabile.

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