Iran, il governo Meloni tra la condanna dell'attacco e la richiesta di aiuti dal Golfo. E sulle polemiche per Crosetto a Dubai spunta il nodo Mantovano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La profonda preoccupazione che si respira a Palazzo Chigi, per la presidente del Consiglio Meloni, nasce dalla consapevolezza che l’attacco all’Iran sia in qualche misura figlio dell’aggressione russa all’Ucraina, un precedente che ha incrinato il diritto internazionale e che ora rischia di far dilagare il caos su nuovi fronti. Un timore, quest’ultimo, che Meloni ha ribadito in più interventi, sottolineando come l’obiettivo primario, anche alla luce dei droni iraniani che hanno raggiunto Cipro, sia quello di contenere la crisi. La condanna assoluta dell’escalation, accompagnata però dall’ammissione di non essere stata informata preventivamente dell’azione militare contro Teheran, è un concerto che il governo sta suonando all’unisono, con il ministro degli Esteri Tajani che in commissione al Senato ha ribadito l’estraneità italiana alla pianificazione dell’operazione. In questo quadro di tensione, l’Italia si trova ora a dover gestire non solo la crisi diplomatica ma anche le richieste concrete di protezione che giungono dai paesi del Golfo, divenuti bersaglio dei missili e dei droni iraniani. Si valuta un decreto aiuti, con l’ipotesi di inviare sistemi anti-droni e il potente sistema di difesa terra-aria Samp/T, una richiesta che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha raccolto e che potrebbe trasformarsi in un impegno concreto per la Difesa italiana.

La risposta italiana alla richiesta di scudo missilistico dal Golfo

Il governo italiano, come spiegato dal ministro Crosetto, si sta preparando a fare la propria parte in supporto ai territori del Medio Oriente che si trovano nel mirino di Teheran. «Tutti i Paesi del Golfo ci hanno chiesto aiuto in questo momento», ha dichiarato il titolare della Difesa, anticipando un pacchetto di misure che potrebbe concretizzarsi tramite un decreto legge o comunque nel modo più celere possibile per far fronte all’emergenza. Mentre a Palazzo Chigi Giorgia Meloni presiedeva riunioni cruciali sul Medio Oriente, l’ipotesi del prestito temporaneo di un sistema Samp-T — un potente scudo terra-aria in grado di intercettare missili balistici — è diventata centrale, nonostante le difficoltà legate alla disponibilità limitata di questi mezzi, già impiegati in Ucraina e necessari per la difesa europea. Il ministro, che nel frattempo si trovava a Belgrado, ha lasciato aperta la porta all’invio di questi sistemi di difesa aerea e missilistica agli alleati del Golfo, con Emirati Arabi Uniti e Kuwait in testa tra i richiedenti. La Farnesina, dal canto suo, segue il dossier con attenzione, consapevole che la stabilità di quell’area è cruciale anche per gli equilibri energetici globali.

Il caso Crosetto a Dubai e l’ombra di Alfredo Mantovano

Sulla vicenda della permanenza del ministro Crosetto a Dubai, tuttavia, aleggia un elefante nella stanza difficile da ignorare, una figura che emerge con prepotenza nelle cronache politiche di queste ore: Alfredo Mantovano. Per comprendere la portata della questione, occorre scartare dalla scena gli elementi di contorno, che pure hanno animato il dibattito politico, e concentrarsi sul nodo centrale. Perché il ministro era negli Emirati? Cosa centrano i suoi familiari, i diplomatici, gli omologhi emiratini, il ministro Tajani, il volo di rientro pagato il triplo, l’Oman, la marginalità dell’Italia in questa crisi? L’attenzione, per i commentatori più attenti, va focalizzata su una frase che il ministro della Difesa, rispondendo alle Commissioni Esteri riunite di Camera e Senato, ha ripetuto con insistenza. Un concetto che suona pressappoco così: non sono partito di nascosto, prima di farlo mi sono consultato e mi hanno detto che non c’erano rischi imminenti. Oppure, come titolava un grande quotidiano nazionale, “Non potevano non sapere che ero lì”. Ed è qui che la figura di Mantovano, sottosegretario e autorità delegata per la sicurezza, diventa centrale, perché se qualcuno doveva sapere e valutare i rischi per un ministro in procinto di recarsi in un’area calda, quella persona è proprio lui. Un cortocircuito politico-istituzionale che aggiunge ulteriore complessità a una fase già di per sé delicatissima per l’esecutivo, alle prese con una crisi internazionale che richiederebbe invece la massima compattezza e chiarezza.

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