Carney, la via canadese per resistere a Washington

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il monito, lanciato dal palco di Davos, non poteva essere più esplicito. Rivolgendosi direttamente al primo ministro canadese Mark Carney, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito, con il suo stile perentorio, una vecchia convinzione: «Il Canada vive grazie agli Stati Uniti», ha affermato, aggiungendo un rimprovero per una presunta ingratitudine e un implicito avvertimento per il futuro. Quel momento, che ha catturato l'attenzione dei presenti al World Economic Forum, rappresenta il punto di collisione più visibile tra una superpotenza che riafferma la sua dottrina nazionalistica e una potenza media, il Canada appunto, la quale, sotto la guida di Carney, sta tentando coraggiosamente di tracciare una nuova rotta di sopravvivenza in un contesto geopolitico profondamente mutato.

L'allarme di Davos e la "realtà brutale"

Il riferimento di Trump, come noto, era al discorso tenuto pochi giorni prima dallo stesso Carney, il quale, con un realismo che molti hanno definito lancinante, ha parlato della fine irrevocabile di un certo ordine mondiale. Il premier canadese ha descritto il definitivo smantellamento di quella che ha chiamato un'"utile finzione", ossia il rispetto generalizzato del diritto internazionale, sostituita ormai da una "realtà brutale". In questo scenario, ha spiegato Carney, alle potenze medie non resta che una strada: unirsi. «Se non ci sediamo fra noi attorno a un tavolo», ha avvertito usando una metafora vivida, «finiremo nel menù», divorate cioè dalle superpotenze in competizione. Un appello, il suo, che è risuonato con particolare forza in Europa, alla ricerca di voci autorevoli in grado di interpretare la complessità del momento.

Dalle parole ai fatti: le esercitazioni militari

Quella che potrebbe apparire una semplice divergenza diplomatica ha però, come dimostrano recenti sviluppi, concrete e significative ripercussioni operative. Le forze armate canadesi, infatti, hanno iniziato a pianificare e simulare scenari finora considerati impensabili. Tra questi, spicca l'ipotesi di un'ipotetica invasione militare da parte degli Stati Uniti e lo studio di una potenziale risposta difensiva. Queste esercitazioni, che vanno ben al di là della retorica politica, segnalano un cambiamento di paradigma nella pianificazione della sicurezza nazionale di Ottawa. Il governo di Carney sembra prendere alla lettera la sua stessa analisi, preparandosi materialmente a un mondo in cui le alleanze storiche potrebbero incrinarsi e in cui la forza bruta, come sottolineato a Davos, torna a essere un argomento decisivo nelle relazioni internazionali.

Lo "scudo d'oro" e il nuovo confine della difesa

La tensione si inserisce in un contesto più ampio, segnato anche dalle dichiarazioni di Trump riguardo ai sistemi di difesa continentale. Il presidente statunitense ha parlato esplicitamente della volontà di costruire uno "scudo d'oro", una cupola antimissilistica avanzata per proteggere il territorio nazionale. Secondo la sua visione, un tale sistema dovrebbe automaticamente estendere la sua protezione anche al Canada, il quale, di conseguenza, dovrebbe mostrare riconoscenza. Una logica che, però, stride con la posizione canadese, la quale rivendica autonomia di giudizio e di azione. La questione della difesa missilistica diventa così il simbolo tangibile di una relazione asimmetrica che Ottawa non intende più accettare passivamente, preferendo, almeno nelle intenzioni dichiarate, cercare partnership difensive alternative o rafforzare la propria sovranità in quel settore.

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