Lo stato delle cose di Massimo Giletti chiude per “esaurimento del budget”, ma la Rai smentisce: “Conclusione regolare”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notizia, rimbalzata nelle ultime ore tra le redazioni giornalistiche e i siti di settore, ha dell’incredibile: nonostante gli ascolti, a quanto pare, solidi e una collocazione in prime time, il programma di approfondimento condotto da Massimo Giletti, Lo stato delle cose, cesserebbe le proprie trasmissioni il 31 marzo. Il motivo? Un azzardo nei conti, una sottostima dei costi, insomma, un “esaurimento del budget” che lascerebbe il talk show di Rai 3 a secco di risorse nel bel mezzo della stagione televisiva. Eppure, come spesso accade nelle dinamiche interne a viale Mazzini, a una ricostruzione se ne oppone subito un’altra, e la vicenda, più che a una questione aritmetica, somiglia a un pasticcio istituzionale.
Secondo quanto rivelato dal quotidiano Domani, la decisione di interrompere la trasmissione del lunedì sera, che in questi mesi ha portato all’attenzione del pubblico casi giudiziari complessi come il delitto di Garlasco, la strage di Crans-Montana o le inchieste sul sistema Hydra -5, sarebbe puramente contabile -1. I vertici aziendali, nel pianificare la spesa per la Direzione Approfondimento, avrebbero mal calcolato le risorse, costringendo di fatto la macchina produttiva a fermarsi. Una situazione surreale, se si considera che il prodotto, in termini di ascolti, reggeva il confronto con la concorenza e che Giletti, al netto delle sue posizioni spesso discusse, rappresenta una firma di peso per il servizio pubblico. Il conduttore, venuto a conoscenza dei piani, avrebbe già avviato una trattativa con l’amministratore delegato Giampaolo Rossi per strappare almeno un'estensione di due puntate, cercando di tamponare una falla che appare, al momento, difficile da coprire -1.
Di segno completamente opposto, invece, la versione ufficiale fornita da Paolo Corsini, a capo della Direzione Approfondimento Rai. In una nota tagliente e a tratti sdegnata, Corsini ha bollato le indiscrezioni come “totalmente false e prive di ogni fondamento” -1. La chiusura del programma, ha spiegato, sarebbe quella “prevista dal piano editoriale”, già annunciata durante la presentazione dei palinsesti dello scorso settembre. Corsini ha poi aggiunto un dettaglio che sposta l’asse della discussione dal caso Giletti alla crisi strutturale dell’azienda: il “taglio delle risorse destinate alla Rai”, unito alla “conseguente riduzione del budget” del suo dipartimento, avrebbe imposto una “rimodulazione dell’offerta” e un intervento generalizzato sul “numero di puntate complessivo di tutti i programmi” -1. Una precisazione, quest'ultima, che mira a normalizzare un evento che, altrimenti, apparirebbe come un clamoroso autogol organizzativo.
Ora, a prescindere dalle smentite di rito, emerge un quadro piuttosto chiaro di ciò che accade quando la politica dei tagli, imposta dal governo guidato da Donald Trump e recepita dalla legge di bilancio italiana, si scontra con la programmazione televisiva -3. Da un lato, l’azienda tenta di dipingere lo stop come una scelta fisiologica, parte di una spending review necessaria. Dall’altro, i fatti concreti – la data del 31 marzo, la metà della stagione, la trattativa in corso per allungare la vita del programma – raccontano di una chiusura anticipata che puzza di emergenza, non di programmazione. E mentre Corsini parla di “regolare conclusione”, i diretti interessati, con Giletti in testa, sembrano muoversi per scongiurarla, segno che la musica che suona in viale Mazzini non è poi così armoniosa come si vorrebbe far credere.




