Il Museo del Patriarcato approda a Milano, uno sguardo dal futuro sugli stereotipi del presente

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Alla Fabbrica del Vapore, lo storico spazio espositivo situato nel quartiere Maciachini, ha aperto i battenti il Mupa, acronimo che sta per Museo del Patriarcato, un progetto ideato e curato da ActionAid Italia che, dopo il debutto romano dello scorso 25 novembre in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, approda ora nel capoluogo lombardo. La mostra, inaugurata sabato 7 marzo e visitabile fino al 21, si presenta al pubblico con un meccanismo narrativo originale e volutamente straniante: chi varca la soglia dell’esposizione viene idealmente proiettato nell’anno 2148, il momento futuro in cui, stando alle proiezioni del Global Gender Gap Report, il divario di genere potrebbe essere definitivamente colmato. È da questa prospettiva postuma, da questo osservatorio temporale avanzato, che i curatori invitano a guardare i nostri anni, quelli del 2026, come a una sorta di era geologica conclusa, un passato remoto i cui reperti, però, risultano ancora straordinariamente familiari e inquietanti.

Reperti del presente e installazioni per smascherare le disuguaglianze quotidiane

Sono ventisette le opere che compongono il percorso espositivo, tra cimeli, diorami, installazioni interattive e testimonianze raccolte; quattro di queste, bisogna sottolinearlo, sono state realizzate appositamente per l’allestimento milanese e non erano state presentate nella capitale. Oggetti comuni, frasi fatte, pubblicità e dinamiche sociali vengono qui ricontestualizzati come reperti archeologici di una civiltà, la nostra, che ancora si strutturava attorno a precisi stereotipi di genere, quelli che, nel lavoro come nello spazio digitale, nello sport come nella dimensione domestica e relazionale, finiscono per alimentare, talvolta in modo sotterraneo, la disparità e la violenza maschile sulle donne. L’idea, come hanno spiegato i promotori, è quella di compiere un gesto che sia allo stesso tempo politico e poetico: immaginare un futuro in cui certi meccanismi culturali siano diventati illeggibili, per rendere più evidente la loro assurdità e la loro ingiustizia nel presente che stiamo vivendo.

I numeri della paura: la ricerca dedicata al mondo dello sport e alle sue esclusioni

Ad arricchire la riflessione proposta dal Mupa, e a fornirle un solido ancoraggio ai dati oggettivi, contribuisce la presentazione del nuovo focus della ricerca "Perché non accada", realizzata da ActionAid in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia e 2B Research. In un anno, il 2026, che vede l’Italia protagonista con le Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina, l’indagine ha scelto di concentrarsi proprio sull’ambito sportivo, un settore dal valore economico stimato in 67 miliardi di euro, pari al 3,1 per cento del Prodotto Interno Lordo nazionale, ma anche un potente plasmatore di narrazioni culturali attorno ai concetti di competizione e successo. I risultati emersi dipingono un quadro preoccupante: una donna su due ha dichiarato di aver provato paura nell’accedere a strutture sportive, e una su tre evita del tutto di frequentare palestre o centri sportivi, una percentuale che tra gli uomini si ferma al 24,6 per cento. Il disagio, inoltre, si acuisce in relazione all’orientamento sessuale e alla presenza di disabilità, rendendo questi spazi percepiti come non sicuri da fasce consistenti della popolazione.

Stadi e palazzetti, territori ancora percepiti come ostili per le presenze femminili

Il senso di inadeguatezza e di estraneità, leggendo i dati della ricerca, si fa ancora più marcato quando si prendono in considerazione gli stadi e i grandi palazzetti dello sport. Mentre il 43,9 per cento degli uomini intervistati afferma di sentirsi sempre a proprio agio in questi luoghi, la percentuale crolla al 28,1 per cento tra le donne. Quasi la metà delle persone di sesso femminile, il 46,8 per cento per la precisione, dichiara di non frequentarli mai, e la quota sale al 53 per cento tra le donne non eterosessuali. A questi dati sulla frequentazione, si aggiungono quelli relativi alla percezione culturale: il 31 per cento del campione ritiene che esistano discipline sportive "più adatte" agli uomini e altre, di converso, "più adatte" alle donne. Uno stereotipo, questo, che ha conseguenze tangibili, visto che una persona su cinque ammette di aver rinunciato almeno una volta a praticare una certa attività perché considerata non confacente al proprio genere di appartenenza.

Un programma fitto di eventi e l’adesione allo sciopero di Non Una di Meno

L’apertura del Mupa, avvenuta alla presenza di Katia Scannavini per ActionAid, di Elena Lattuada in rappresentanza del Comune di Milano e delle componenti della rock band milanese Le Bambole di Pezza, è stata solo il primo atto di una programmazione che si preannuncia densa. Il pubblico potrà accedere gratuitamente agli spazi espositivi e partecipare a talk, workshop, laboratori e performance, molte delle quali realizzate in collaborazione con centri antiviolenza e reti femministe del territorio. Tra gli appuntamenti di rilievo, domenica 8 marzo si sono tenuti un workshop condotto da Marie Moise e una lezione di storia del femminismo con Valeria Palumbo, mentre lunedì 9, il museo resterà eccezionalmente chiuso. Una decisione, questa, presa per consentire e sostenere la partecipazione collettiva allo sciopero nazionale indetto da Non Una di Meno, a testimonianza di una volontà di connettere la riflessione culturale all’attivismo e alla mobilitazione concreta nelle piazze.

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