Arriva a Milano il museo che immagina il patriarcato come un reperto del passato

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il 7 marzo, alla Fabbrica del Vapore di Milano, prende forma un esperimento di archeologia del presente: il Mupa, il Museo del Patriarcato ideato da ActionAid, apre le sue porte con l’ambizione di guardare ai costumi sociali contemporanei dalla distanza prospettica del futuro. L’allestimento, che sarà visitabile fino al 21 marzo, si fonda su un espediente narrativo preciso, ovvero quello di collocare idealmente il visitatore nell’anno 2148, il momento in cui, secondo le proiezioni del Global Gender Gap Report, il divario di genere potrebbe essere definitivamente colmato; da quell’orizzonte temporale, le dinamiche e gli oggetti del nostro presente vengono osservati come reperti di un’epoca superata.

Ventisette opere compongono il percorso espositivo, e tra queste quattro sono state realizzate appositamente per l’occasione milanese: si tratta di cimeli, installazioni interattive, diorami e testimonianze che sezionano ambiti differenti della vita quotidiana. C’è lo spazio domestico, rappresentato da manichine intente a mansioni di cura mentre la controparte maschile sosta in poltrona, e c’è la sfera pubblica, con la riproduzione di una cabina elettorale che vuole ricordare quanto sia recente nella storia il diritto di voto per le donne italiane. Non mancano riferimenti ai contesti educativi, con armadietti scolastici imbrattati da scritte e disegni che rimandano alla cultura sessista degli spogliatoi, così come ai luoghi di lavoro e allo spazio digitale, indagati nella loro capacità di riprodurre stereotipi e disparità.

I numeri dello sport e l’ombra dell’autoesclusione

L’apertura del Mupa è stata l’occasione per diffondere i dati aggiornati di una ricerca, realizzata da ActionAid in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia e 2B Research, che porta l’attenzione sul mondo sportivo. Il focus, intitolato “Perché non accada”, restituisce un quadro in cui la paura e il senso di inadeguatezza condizionano pesantemente la fruizione femminile degli spazi atletici: una donna su due dichiara di aver provato timore nel frequentare strutture come palestre o centri sportivi, mentre quasi una su tre evita del tutto questi luoghi, a fronte di un dato maschile fermo al 24,6%. Il campanello d’allarme più significativo, però, arriva dall’analisi della frequentazione di stadi e palazzetti, dove il 46,8% delle donne non mette mai piede e dove solo il 28,1% riferisce di sentirsi pienamente a proprio agio.

Dietro queste cifre, spiegano i ricercatori, agisce un immaginario collettivo che ancora associa determinate discipline a specifiche identità di genere; quasi un terzo della popolazione italiana, infatti, ritiene che esistano sport “più adatti” agli uomini e altri alle donne, e un quinto delle persone ha ammesso di aver rinunciato almeno una volta a praticare un’attività proprio perché percepita come non conforme al proprio genere. Il pregiudizio, lungi dall’essere un retaggio delle sole generazioni più anziane, sembra anzi radicarsi con forza nei giovani: tra i millennial il 39,3% considera lo sport maschile intrinsecamente più prestigioso, e nella generazione Z la percentuale schizza addirittura al 42,9%.

Il taglio del nastro tra musica, letture e adesioni istituzionali

L’inaugurazione del 7 marzo ha visto susseguirsi diversi momenti pubblici, a cominciare dal taglio del nastro mattutino cui hanno preso parte, insieme a Katia Scannavini – co-segretaria generale di ActionAid Italia – e a Elena Lattuada, delegata del sindaco di Milano alle pari opportunità, anche le componenti della rock band Le Bambole di Pezza, reduce dalla partecipazione al Festival di Sanremo. Nel pomeriggio, alle 18.00, l’attrice Giulia Maino, fondatrice di Amleta, ha proposto un reading di testi incentrati su storie di donne, mentre la serata si è chiusa con la performance acustica di Rachele Bastreghi, voce dei Baustelle.

L’intero programma della manifestazione, che prevede talk, workshop, laboratori per bambini e performance, è a ingresso gratuito previa registrazione sul sito ufficiale. Fitta l’agenda degli appuntamenti, che spazia dalla lezione di storia del femminismo tenuta da Valeria Palumbo l’8 marzo, ai talk su “Corpi sotto controllo” e “Corpi in rivolta” in programma nella stessa giornata, fino agli incontri dedicati al rapporto tra sport e parità di genere con il podcast “Bar Spalti”. L’unica interruzione è prevista per lunedì 9 marzo, quando il Mupa resterà chiuso per consentire l’adesione collettiva allo sciopero nazionale indetto da Non Una di Meno contro i femminicidi.

Reperti del quotidiano e polemiche latenti

Se l’intento dichiarato è quello di “smascherare i meccanismi culturali che determinano la violenza”, come ha spiegato la stessa Scannavini, l’operazione museale non manca di sollevare qualche interrogativo. Alcune scelte curatoriali, infatti, hanno aperto un dibattito sulle assenze nella narrazione: viene da chiedersi, per esempio, perché non vi sia traccia nel percorso espositivo di riferimenti alla violenza subita dalle donne in contesti come l’Iran o alle aggressioni del 7 ottobre, temi che pure animano il confronto pubblico. Critiche, queste, che restano per ora ai margini dell’iniziativa ma che segnalano quanto sia complesso, anche in un allestimento che si vorrebbe esaustivo, mettere in scena le contraddizioni di un fenomeno globale.

L’allestimento milanese, che rimarrà aperto per due settimane, prosegue idealmente il percorso iniziato a Roma lo scorso 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E lo fa provando a ribaltare la prospettiva: non più un museo che conserva il passato, ma uno che cerca di restituircelo come fossimo noi, con le nostre abitudini e le nostre paure, gli antichi da studiare.

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