Beppe Savoldi, addio al bomber dei record: quando il pallone valeva due miliardi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Se n’è andato in silenzio, nella sua Bergamo, circondato dagli affetti più cari e assistito dalle cure che ne hanno accompagnato gli ultimi giorni tra le mura domestiche, Giuseppe Savoldi, il centravanti che per tutti era semplicemente Beppe. L’annuncio, affidato al dolore privato ma condiviso pubblicamente dal figlio Gianluca – anch’egli calciatore di buon livello – ha restituito l’immagine di un commiato dignitoso per uno degli attaccanti più prolifici che il calcio italiano abbia mai avuto negli anni Settanta. A settantanove anni, la scomparsa di “Mister due miliardi” riporta alla luce un’epoca in cui il calciomercato si misurava ancora in lire e le cifre da capogiro avevano il sapore di un investimento quasi rivoluzionario, capace di spaccare l’opinione pubblica e di riempire gli stadi.

Nato a Gorlago, nel bergamasco, nel gennaio del 1947, Savoldi crebbe nell’Atalanta dove esordì giovanissimo in Serie A, nel lontano 1965, mettendo subito in mostra quelle che sarebbero diventate le sue armi migliori: una potenza fisica fuori dal comune e un’abilità nel gioco aereo che lo rendevano una sentenza in area di rigore. Dopo tre stagioni in nerazzurro, il salto di qualità avvenne con il Bologna, la piazza che lo consacrò. Furono sette anni quelli in rossoblù, durante i quali divenne il “Beppegol” amato dai felsinei, collezionando centoquaranta reti in trecentosdiciassette presenze, un bottino che lo colloca tuttora ai vertici della classifica marcatori del club. Proprio in Emilia, nella stagione 1972-1973, arrivò il Titolo di capocannoniere della Serie A, condiviso con Paolo Pulici e Gianni Rivera, a certificare la sua efficacia sotto porta.

Fu però l’estate del 1975 a segnare un punto di svolta epocale nella sua carriera e nella storia delle trattative sportive italiane. Il presidente del Napoli, Corrado Ferlaino, decise di puntare su di lui per dare il definitivo salto di qualità a una squadra che aveva appena sfiorato lo scudetto. L’affare con il Bologna fu chiuso su una valutazione che fece scalpore: due miliardi di lire. Una cifra, quella che gli valse il celebre soprannome di “Mister due miliardi”, che divenne immediatamente un caso nazionale. In un’Italia ancora segnata da tensioni sociali e crisi economica, l’investimento fu visto da molti come un azzardo, se non un’offesa; ma in campo, l’entusiasmo fu tale da spingere settantacinquemila tifosi a sottoscrivere l’abbonamento, un vero e proprio plebiscito popolare.

Il trasferimento, che portò il bomber bergamasco in Campania, fu però accolto con freddezza dall’allenatore di allora, il brasiliano Luis Vinicio, che avrebbe preferito continuare con il proprio progetto tecnico incentrato su altri interpreti. Nonostante le iniziali frizioni, Savoldi riuscì a imporsi nel cuore del popolo partenopeo, diventandone un simbolo indiscusso. In maglia azzurra rimase quattro stagioni, dal 1975 al 1979, collezionando settantasette gol in centosessantacinque partite e conquistando una Coppa Italia nel 1976 – con una doppietta decisiva nella finale contro il Verona – e la Coppa Italo-Inglese. Fu quello il periodo in cui il suo rapporto con Napoli si fece visceral, alimentato da una dedizione totale che gli valse l’affetto eterno di una delle piazze più calorose d’Italia.

Un simbolo tra generazioni e l’omaggio della Nazionale

La sua parabola sportiva, che lo vide chiudere la carriera con un ritorno al Bologna e un’ultima parentesi nell’Atalanta, è stata quella di un attaccante totale, capace di segnare in tutti i modi: di testa, con il sinistro che era una “sentenza”, in acrobazia. Nel complesso, ha realizzato centosessantotto reti in quattrocentocinque presenze nel massimo campionato italiano, un curriculum che pochi altri centravanti italiani possono vantare. In Nazionale, la sua avventura fu più limitata: in un periodo in cui il ruolo di prima punta era monopolizzato da mostri sacri come Gigi Riva, Roberto Boninsegna e Francesco Graziani, riuscì a collezionare quattro presenze e una rete, segnata su calcio di rigore contro la Grecia nel dicembre del 1975.

La notizia del decesso ha scatenato una reazione immediata e commossa da parte delle società che lo hanno visto protagonista. Il Bologna lo ha definito “idolo di una generazione di tifosi”, il Napoli ha parlato di “indimenticabile emblema del calcio italiano” e l’Atalanta, sua squadra d’esordio, ha espresso profondo cordoglio. Il mondo del calcio, in segno di rispetto, ha voluto tributargli un omaggio solenne: la Federazione Italiana Giuoco Calcio, dopo aver ottenuto il permesso dalla UEFA, ha disposto un minuto di silenzio prima del fischio d’inizio della semifinale play-off mondiale tra Italia e Irlanda del Nord, in programma proprio nello stadio di Bergamo, la sua città. Un gesto che unisce idealmente l’azzurro della Nazionale al ricordo di un campione che ha fatto la storia del nostro calcio.

Il destino di “Long John” tra cinema e canzoni

Oltre al rettangolo verde, Beppe Savoldi è stato un personaggio capace di attraversare la cultura popolare italiana di quegli anni. La sua immagine, oltre che sulle copertine dei rotocalchi sportivi, approdò anche nel mondo dello spettacolo. Conosciuto affettuosamente anche come “Long John”, fu protagonista di un episodio curioso che lo vide cimentarsi come cantante, incidendo un 45 giri dal titolo “Bella dentro e bella fuori”, un tentativo di incursione nel mondo della musica leggera che ne accrebbe il mito personale. Questo aspetto, seppure minore rispetto alla carriera agonistica, contribuì a renderlo un volto noto anche al di fuori degli stadi, in un’epoca in cui il confine tra sport e celebrità mondana era ancora molto sottile.

Nella sua lunga vita, dopo il ritiro dall’attività agonistica, Savoldi rimase nel mondo del calcio intraprendendo la carriera di allenatore, guidando diverse formazioni tra Serie C1 e C2, con una promozione conquistata alla guida del Saronno a metà degli anni Novanta. Negli ultimi anni, però, si era allontanato dalle luci della ribalta, scegliendo una vita appartata. La malattia che lo ha colpito lo ha costretto a un confronto duro e privato, vissuto con il riserbo che lo ha sempre contraddistinto. Il figlio Gianluca, nel dare l’annuncio, ha voluto ringraziare i medici e gli infermieri che lo hanno assistito, sottolineando come la sua esistenza sia stata caratterizzata dai valori della famiglia e dall’amore per i suoi luoghi.

Un ricordo che pesa due miliardi di lire

La scomparsa di Beppe Savoldi chiude idealmente un capitolo del calcio italiano che non esiste più. Quello dei calciatori-operai, dei grandi bomber dal fisico possente, dei trasferimenti che venivano negoziati con una stretta di mano e valutati in cifre tonanti come due miliardi. La sua parabola umana e sportiva, iniziata tra le colline bergamasche e passata attraverso le passioni viscerali di Bologna e Napoli, rappresenta un patrimonio condiviso da intere generazioni di tifosi. Mentre la sua Bergamo si prepara ad accogliere la Nazionale per un appuntamento cruciale in chiave mondiale, il ricordo di “Beppe-gol” aleggia sugli spalti, a testimonianza di un legame indissolubile tra il territorio, i suoi campioni e la storia del nostro sport.

Meta Description: Addio a Beppe Savoldi, il bomber di Bergamo che fu “Mister due miliardi”. Leggenda di Bologna e Napoli, si è spento a 79 anni. La FIGC gli dedica un minuto di silenzio.

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