Beppe Savoldi, il goleador dai riccioli scomposti che valeva due miliardi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Se n’è andato in silenzio, a settantanove anni, nella sua Bergamo, circondato dagli affetti più cari dopo una lunga malattia che non era riuscita a scalfire il ricordo di quei balzi in area di rigore. Giuseppe Savoldi, per tutti Beppe, era uno degli ultimi interpreti di quel calcio italiano degli anni Settanta in cui il centravanti era ancora una figura totemica, capace di unire fisicità e fiuto del gol in un connubio letale per le difese avversarie. Nato a Gorlago nel 1947, la sua carriera si dipana per diciotto stagioni, dal 1965 al 1983, attraversando le maglie di Atalanta, Bologna e Napoli, ma fu proprio nel capoluogo emiliano che mise le basi per la leggenda. Con i rossoblù, dove approdò giovanissimo, costruì un bottino di 140 gol in 317 presenze, un tesoro che lo colloca al quarto posto nella classifica dei marcatori storici del club, dietro solo a miti come Schiavio e Reguzzoni. Fu in quegli anni, precisamente nella stagione 1972-1973, che si aggiudicò il Titolo di capocannoniere della Serie A, condividendolo con Rivera e Pulici, e stabilendo un primato che lo avrebbe accompagnato per sempre: quello di essere l’attaccante capace di piazzarsi per ben dodici volte tra i primi dieci realizzatori del campionato.

Mister due miliardi e lo sciopero della spazzatura

Fu nell’estate del 1975 che la carriera di Savoldi assunse i contorni di una vicenda quasi romanzesca, intrecciandosi con le cronache cittadine in modo indissolubile. Il Napoli, per portarlo via dal Bologna, sborsò una cifra all’epoca inaudita per il calcio italiano: due miliardi di lire, un’operazione che gli valse il soprannome che lo avrebbe reso immortale, “Mister due miliardi”. In quei giorni, tra l’altro, la città partenopea era soffocata dall’immondizia a causa di uno sciopero degli spazzini, un contrasto impietoso tra il lusso del trasferimento-record e la cronaca di una realtà in difficoltà che i giornali dell’epoca non mancarono di sottolineare. L’arrivo in azzurro fu una sorta di terremoto emotivo per una piazza calda come quella napoletana, che in lui vide l’uomo giusto per provare a spodestare le grandi del nord. Quattro stagioni, cinquantacinque gol in centodiciotto partite e una Coppa Italia vinta nel 1976 furono il suo lascito ai piedi del Vesuvio, prima di fare ritorno a Bologna nel 1979, accolto come il figliol prodigo. Tra i tanti che lo ricordano c’è anche l’ex portiere Pietro Carmignani, che a Radio Napoli Centrale lo ha descritto come un uomo “semplice, vero, con una sola faccia”, sottolineando come i numeri, per quanto impressionanti, non bastassero a raccontare la sincerità della sua persona.

L’aneddoto del raccattapalle e lo scudetto sfiorato

La carriera di Savoldi fu costellata di episodi che ne hanno alimentato il mito, tra cui uno in particolare, risalente a quel gennaio del 1975 prima del trasferimento record. Il Bologna stava vincendo ad Ascoli per 3 a 1 e Beppe, già autore di una doppietta, stava per insaccare il terzo gol personale quando un giovane raccattapalle canadese, piazzato dietro la porta, allungò una gamba per respingere il pallone, impedendo di fatto la realizzazione di quella che sarebbe stata una tripletta. Un episodio quasi surreale, divenuto poi celebre nella sua biografia calcistica, a dimostrazione di quanto la sua fame di gol fosse tale da attirare persino l’intervento di chi stava fuori dal campo. Il suo percorso, tuttavia, non fu privo di ombre: al ritorno a Bologna, nel 1980, venne travolto dallo scandalo del Totonero, lo scoppio del quale gli costò una squalifica di due anni, una ferita che ne interruppe la corsa in un momento delicato della carriera. Riuscì a tornare sul terreno di gioco solo nel 1982 con l’Atalanta, la squadra che gli aveva dato l’esordio, per chiudere in nerazzurro il cerchio di una carriera che lo vide indossare anche la maglia della Nazionale per sole quattro volte, con un gol su rigore contro la Grecia a fare da unica firma in azzurro.

Un attaccante moderno prima del suo tempo

Ciò che resterà di Beppe Savoldi, al di là delle cifre faraoniche che segnarono il suo trasferimento, è l’archetipo del centravanti totale che anticipava i tempi. Dotato di una elevazione eccezionale che lo rendeva implacabile nel gioco aereo, era un finalizzatore completo, capace di essere prolifico in tutte le competizioni, tanto che detiene ancora il record di gol realizzati in Coppa Italia insieme ad altri grandi goleador. In un’epoca in cui il calcio era ancora un mestiere da “uomini veri”, lui rappresentava quella semplicità d’approccio che oggi suona quasi come un’antica virtù: poche parole, tanti fatti e un’etica del lavoro che lo portò a realizzare 168 reti in 405 presenze in Serie A, un bottino che lo colloca tra i primi quindici marcatori di sempre della massima serie. Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, tentò la carriera da allenatore tra Serie C e D, ma il suo nome è rimasto per sempre legato a quell’estate napoletana in cui, tra cumuli di spazzatura e milioni di lire, il calcio italiano scoprì il significato della parola “record”.

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