Il caffè a Montecitorio, i tesserini fantasma e il padre mai visto: i conti in sospeso della politica con il pentito Amico
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il caso del selfie – quel fermo immagine scattato nel lontano 2019 all’Hotel Marriott di Milano tra Giorgia Meloni e Gioacchino Amico, oggi collaboratore di giustizia – continua a far emergere, come un fiume carsico, dettagli scomodi che risalgono a galla con il passare dei giorni. Non si tratta più, ormai, della mera esistenza di una fotografia con un semplice simpatizzante; la narrazione che la premier ha tentato di imporre con veemenza, definendo l’accusa una “palata di fango” proveniente da un’opposizione “disperata” -4, si scontra con la realtà fattuale delle frequentazioni politiche di Amico, un uomo che, prima di pentirsi, ricopriva il ruolo di referente in Lombardia del clan romano dei Senese. È infatti proprio sulla scia di questo scandalo, che ha costretto il governo a rispondere in aula, che riaffiora il nome di Roberto Caon, ex parlamentare veneto prima della Lega e poi di Forza Italia, la cui memoria, a dir poco ballerina, offre uno spaccato emblematico dei metodi con cui la criminalità organizzata tentava di tessere le sue reti nei palazzi romani.
La memoria selettiva dell’ex deputato Caon
Le dichiarazioni rilasciate da Caon al termine della settimana, raccolte dalla cronaca locale, dipingono il ritratto di un politico che si trova, suo malgrado, a dover giustificare un’incontro di cui non ricorda i particolari più significativi. Da un lato, l’esponente padovano ammette candidamente di aver incontrato Gioacchino Amico per un caffè a Roma; dall’altro, quando gli viene chiesto se quell’appuntamento si sia tenuto all’interno della Camera dei deputati o in un bar esterno, la risposta è una cortina fumogena: “Proprio non ricordo”. Eppure, Caon rammenta benissimo il taglio di capelli “strano” del suo interlocutore e il fatto che lo avesse conosciuto nel 2016 in Sicilia, presentato come un imprenditore – forse nel settore delle mandorle – durante un evento del movimento “Fare” di Flavio Tosi. Questa amnesia selettiva – capace di rimuovere un dettaglio essenziale come la collocazione geografica di un incontro con un mafioso – non fa che alimentare i sospetti su chi, effettivamente, aprisse le porte di Montecitorio a un soggetto che gli inquirenti descrivono come uno snodo centrale del “sistema mafioso lombardo”.
Il rebus dei tesserini e il teatro dell’aula
Mentre Caon si difende sostenendo di essere finito “nel calderone” senza sapere né come né perché, l’attenzione degli inquirenti (e dei giornalisti) si concentra su un aspetto forse ancor più inquietante: la presunta libertà di movimento di Amico all’interno del Parlamento. Nei verbali dell’inchiesta Hydra, e nelle anticipazioni giornalistiche che hanno preceduto il servizio di “Report”, si parlava della disponibilità di un tesserino che avrebbe garantito al vertice dei Senese un accesso privilegiato e costante ai piani alti della politica nazionale. La reazione delle istituzioni, in questo caso, è stata fulminea: la Camera dei deputati ha smentito ufficialmente, con una secca nota, di aver “mai rilasciato alcun tesserino permanente intestato al soggetto citato dalle fonti di stampa”. Una smentita che, però, lascia aperta una domanda ben più scomoda: se non c’era un badge ufficiale, chi accompagnava Amico all’interno? Chi erano quei collaboratori o quei “garanti” che gli permettevano di varcare i tornelli per sorseggiare un caffè con un ex parlamentare come Caon?
La strategia dell’attacco e il richiamo al padre assente
Di fronte alla tempesta mediatica, la presidente del Consiglio ha scelto di alzare il tiro in Aula, virando su un terreno strettamente personale e politico. Meloni ha infatti citato il padre – scomparo e “che non vedo da quando avevo 11 anni” – accusando l’opposizione di averlo tirato in ballo per costruire “surreali teoremi” sulla sua presunta vicinanza alla criminalità. Una mossa retorica, quest’ultima, che ha scatenato una standing ovation dei parlamentari di maggioranza ma che, sostanzialmente, sposta il fuoco dal merito della questione: la promiscuità tra i vertici di FdI (e delle liste civiche a esso collegate) e un boss ora pentito, descritto come un uomo capace di millantare credito e di offrire assessorati in cambio di tessere di partito. Come dimostrano le intercettazioni riportate dagli atti processuali, dove Amico esulta dicendo “Mi è arrivata la tessera di partito… Fratelli d’Italia”, non si trattava di un semplice simpatizzante, ma di un soggetto che offriva “apparentamenti” e poltrone.
Le zone grigie del potere e l’inerzia della giustizia
L’attenzione, ora, si sposta inevitabilmente sulle indagini della Dda di Milano, che nel maxi processo Hydra hanno già ricostruito un fitto reticolo di relazioni pericolose. Al momento, nessuno dei politici coinvolti – dalla sottosegretaria Paola Frassinetti al senatore Carmela Bucalo, fino allo stesso Roberto Caon – risulta indagato per concorso esterno o reati associativi. La loro posizione, per il momento, è quella di semplici “testi” o “frequentatori” di una zona grigia dove, come ammette Caon, “fare politica è anche questo”: incontrare gente, ascoltarla, magari concederle un caffè a Montecitorio senza chiedere troppi referti penali. Resta da capire, e questo lo diranno solo i prossimi sviluppi giudiziari (se ce ne saranno), se questa colpevole leggerezza fosse solo ingenuità o se, invece, celasse una consapevolezza ben più radicata delle infiltrazioni mafiose nel tessuto politico del centrodestra lombardo e romano.




