Il selfie di Meloni con il pentito e i vuoti di memoria di Caon: “Un caffè con quel mafioso? Forse, ma non ricordo il luogo”
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Redazione Interno
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Il caso della fotografia scattata nel 2019 tra Giorgia Meloni, all’epoca semplice leader di un partito all’opposizione, e Gioacchino Amico – poi emerso come collaboratore di giustizia e, un tempo, referente lombardo del clan dei Senese – continua a intrecciare i destini politici romani con dettagli giudiziari che emergono a scaglioni. Non si tratta, a ben guardare, di un semplice selfie da campagna elettorale, bensì di un nodo investigativo che interroga i meccanismi di accesso a Montecitorio, dove il pentito sarebbe riuscito a entrare senza che nessuno, almeno ufficialmente, abbia mai firmato un lasciapassare. Tra i nomi che affiorano dai collegamenti ancora frammentari, spicca quello di Roberto Caon, ex parlamentare di Forza Italia (e prima ancora della Lega), originario di Vigonza, nel Padovano. Interpellato in merito, Caon ha offerto una versione che solleva più interrogativi di quanti ne risolva: “Gioacchino Amico? Sì, presi un caffè con quel mafioso, ma non ricordo se fossimo in Parlamento”. Un’incertezza, quest’ultima, che appare singolare per un ex deputato, abituato per mestiere a orientarsi tra aule e transatlantico.
L’assistente elettorale sgradito e la memoria selettiva di un ex parlamentare
Roberto Caon non nega l’incontro, anzi lo conferma, ma lo circonda di un alone di ambiguità temporale e spaziale. “Mi aiutò nella campagna elettorale”, ha dichiarato riferendosi ad Amico, aggiungendo però di non averne mai conosciuto il reale profilo criminale: “non sapevo fosse l’uomo dei Senese”. Una giustificazione, la sua, che per ora regge solo sulla parola, in assenza di atti che provino contatti più strutturati. Il punto, tuttavia, non è tanto il caffè in sé – bevanda che diventa quasi un elemento scenico della vicenda – quanto l’impossibilità, da parte dell’ex parlamentare, di collocare con precisione il luogo dell’incontro. La circostanza che un ex deputato non ricordi se quel colloquio sia avvenuto dentro o fuori Montecitorio solleva, inevitabilmente, dubbi sulla veridicità o quantomeno sulla completezza del suo racconto. Gli investigatori, che pure non hanno ancora formalizzato ipotesi di reato a carico di Caon, stanno vagliando i tabulati e le testimonianze di chi, in quei giorni, frequentava gli stessi ambienti.
Meloni attacca l’opposizione e cita il padre: la svolta retorica sull’antimafia
Dal canto suo, la presidente del Consiglio ha scelto una linea di netta chiusura, rifiutando qualsiasi collateralismo con la criminalità organizzata. In Aula alla Camera, durante l’informativa sull’azione di governo, Giorgia Meloni ha alzato il tono: «Intendiamo andare avanti sulla proposta di legge della presidente della commissione Antimafia Colosimo per togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi». Un annuncio, questo, che serviva da contraltare a quelle che lei stessa ha definito «palate di fango» provenienti da «un’opposizione disperata». Nel suo intervento, la premier ha innestato una mossa retorica tanto personale quanto inedita: «Tirano in ballo un padre, morto per altro, che non vedo da quando avevo 11 anni». Un riferimento esplicito al genitore assente, mai utilizzato prima in contesti simili, con cui Meloni ha cercato di ribaltare l’accusa di presunta vicinanza ai clan. Nessuno, ha scandito, può darle lezioni su legalità e mafia.
Il selfie del 2019 e la distanza tra il ricordo della premier e i fatti materiali
Sul celebre scatto con Gioacchino Amico, Meloni ha tentato una minimizzazione quasi meccanica: «Esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie». Una spiegazione che, però, non tiene conto della successiva ascesa giudiziaria del soggetto ritratto – divenuto pentito – né dei controlli di sicurezza che avrebbero dovuto vigilare sugli accessi a Montecitorio. Resta, sullo sfondo, il nodo mai risolto dell’autorizzazione: chi ha permesso ad Amico di varcare la soglia del parlamento? Nessuno, finora, ha rivendicato o negato con certezza quell’ingresso. E mentre Caon parla di un caffè dalla collocazione incerta, la premier insiste sulla natura occasionale e innocua di un incontro fotografico. Ma in un’inchiesta che ancora non ha chiuso i suoi capitoli, i vuoti di memoria e le versioni scaricanti rischiano di pesare più di un’ammissione esplicita.




