Omicidio Centelleghe, la Corte d’Assise condanna Badhan all’ergastolo: accolte le aggravanti della crudeltà e della rapina
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Redazione Interno
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Bergamo. Ci sono volute tre ore di Camera di consiglio, mercoledì 13 maggio, per mettere fine a un capitolo processuale che aveva lasciato l’opinione pubblica locale con il fiato sospeso; al termine di quell’attesa, la Corte d’Assise del Tribunale di Bergamo ha emesso la sentenza più dura possibile per Jashan Deep Badhan, il ventenne accusato dell’omicidio di Sara Centelleghe. I giudici, accogliendo in pieno la richiesta del pubblico ministero Raffaella Latorraca, hanno inflitto all’imputato la pena dell’ergastolo, riconoscendo – e questo è il punto centrale della decisione – la sussistenza di entrambe le aggravanti contestate: la crudeltà e il cosiddetto nesso teleologico con la rapina del cellulare della vittima. Il verdetto, arrivato dopo un processo che ha ricostruito minuziosamente la notte del 25 e 26 ottobre 2024 a Costa Volpino, ha quindi disatteso le richieste della difesa, la quale aveva chiesto alla Corte di non “cadere nel populismo” e di ridimensionare la portata di quelle stesse aggravanti.
La ricostruzione dell’accusa e la scena del delitto
Secondo quanto emerso durante il dibattimento, e ribadito con forza nella requisitoria della pm Latorraca, la studentessa di 19 anni (che all’epoca dei fatti ne aveva ancora 18 da compiere) fu raggiunta in quella che avrebbe dovuto essere la sua unica ancora di salvezza: la propria abitazione, dove viveva con la madre Marilisa. Badhan, che aveva contatti con una minorenne amica della vittima per questioni legate allo spaccio di stupefacenti (si parlava di uno scambio di hashish), era riuscito a intrufolarsi nell’appartamento. Fu in quel momento, secondo la pubblica accusa, che Sara si svegliò e, trovandoselo di fronte, si spaventò. Ne scaturì un’aggressione la cui brutalità ha scioccato persino gli inquirenti più navigati: la giovane fu prima tramortita con pugni, quindi ebbe la testa sbattuta violentemente sul pavimento; subì poi un tentativo di strangolamento, prima che l’assassino infierisse sul suo con un paio di forbici. I verbali parlano di decine di colpi, un’escalation di violenza che l’accusa non ha esitato a definire “massacro”, citando sostantivi come “ferocia” e “pozza di sangue” per descrivere la scena che i vicini si trovarono davanti quando la ragazza, in un ultimo disperato tentativo di fuga, uscì sul pianerottolo ormai in fin di vita.
Le aggravanti e la posizione della difesa
Il cuore del dibattito si è giocato proprio sulla configurabilità di quelle due aggravanti. Da un lato la crudeltà, negata dall’avvocato difensore Roberto Grittini, il quale aveva sostenuto – basandosi sulle consulenze del medico legale – che molti dei colpi di forbice potrebbero essere stati inferti quando la ragazza era già morta o in stato di incoscienza, riducendo quindi la percezione della sofferenza ulteriore. Dall’altro lato, il nesso con la rapina: la fuga di Badhan con il cellulare della vittima, un gesto che per la Procura non rappresentava un semplice furto post-omicidio, bensì la prova di un disegno criminoso unitario, dove l’uccisione era funzionale all’impossessamento del bene. La Corte, tuttavia, ha ritenuto prevalenti le argomentazioni dell’accusa. Il giudice ha sì riconosciuto l’esistenza di attenuanti generiche, ma le ha considerate del tutto subvalenti rispetto alla gravità oggettiva del fatto, confermando che la piena capacità di intendere e di volere dell’imputato era integra al momento del delitto. A ciò si aggiunge l’esito delle indagini che portarono alla confessione del giovane, un elemento che nonostante la resa dell’imputato non è bastato a scalfire la richiesta del massimo della pena.
L’esito della Camera di consiglio e le conseguenze immediate
Il verdetto, come detto, è stato letto dalla presidente della Corte d’Assise, Patrizia Ingrascì, in un’aula carica di tensione emotiva. Per la famiglia della vittima, costituitasi parte civile, la sentenza rappresenta la prima formale soddisfazione giudiziaria in questo iter. Oltre alla condanna penale, i giudici hanno infatti disposto una provvisionale immediatamente esecutiva di 25mila euro da corrispondere a ciascuno dei genitori della studentessa, un risarcimento che anticipa quanto verrà stabilito in sede civile. Al momento della lettura del dispositivo, l’imputato – che aveva tentato in precedenza di scusarsi con la famiglia ricevendo come risposta un duro rifiuto dalla madre della vittima – ha ascoltato il suo destino senza particolari scosse emotive evidenti. Nonostante si tratti di una sentenza di primo grado, e quindi ancora suscettibile di appello (come già annunciato dalla difesa), l’ergastolo inflitto a Badhan segna un passaggio cruciale nella ricostruzione giudiziaria di quella notte. La Corte d’Assise ha di fatto sancito che non si trattò di un delitto d’impeto o di un tragico incidente legato allo stato di alterazione del giovane, bensì di un’uccisione caratterizzata da una violenza tanto gratuita quanto protratta nel tempo, aggravata dal movente della rapina.
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