Moussa Sangare condannato all’ergastolo per l’omicidio di Sharon Verzeni: la corte d’assise di Bergamo riconosce le aggravanti
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Redazione Interno
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È arrivata nel tardo pomeriggio la decisione dei giudici della corte d’assise di Bergamo, chiamati a esprimersi sul destino di Moussa Sangare, il trentunenne italiano di origini maliane accusato di avere ucciso Sharon Verzeni. La sentenza, un ergastolo rafforzato dalla concessione delle tre aggravanti richieste dal pubblico ministero Emanuele Marchisio — la premeditazione, i futili motivi e la minorata difesa —, è giunta al termine di una camera di consiglio che si preannunciava complessa, viste le articolate repliche depositate dalla nuova difesa dell’imputato. Nell’aula gremita, i familiari della vittima, il padre Bruno Verzeni, la madre Maria Teresa Previtali, i fratelli Melody e Cristopher e il compagno Sergio Ruocco, presenti come a ogni singola udienza di questo lungo e doloroso iter processuale, hanno atteso il verdetto stretti in un abbraccio collettivo, rotto solo dalle lacrime al momento della lettura del dispositivo.
Il processo e la strategia della difesa
La giornata decisiva era cominciata con la replica del pm Marchisio alla memoria depositata dall’avvocata Tiziana Bacicca, subentrata nella fase finale del processo a gennaio e subito impegnata nel tentativo di smontare un impianto accusatorio costruito su prove ritenute dalla procura “incontestabili”. La legale, nel suo intervento, aveva ripercorso gli atti delle indagini chiedendo l’assoluzione dell’assistito per non aver commesso il fatto o, in subordine, la caducazione delle aggravanti; una richiesta motivata dalla volontà di rivalutare elementi come l’assenza di tracce ematiche sul coltello o nell’appartamento occupato da Sangare, e dalla contestazione della tempistica ricostruita dagli inquirenti, laddove la difesa ipotizzava che il delitto potesse essersi consumato in due momenti distinti, quando forse l’imputato si era già allontanato. Dall’altra parte, l’avvocato Luigi Scudieri, che rappresenta la famiglia Verzeni, ha invece ribadito come il dna di Sharon, trovato sulla bicicletta di Sangare, rappresentasse una prova piena e inconfutabile, una “macchia bianca” che inchiodava l’imputato alle sue responsabilità, definendo la scelta di uccidere come un atto volontario dettato da istinti antisociali insopprimibili.
La ricostruzione dell’accusa e il moventeLe reazioni dopo la lettura del verdetto
All’uscita dall’aula, il compagno di Sharon, Sergio Ruocco, ha commentato la sentenza con parole misurate ma cariche di significato, affermando che il pensiero per la compagna non viene mai meno, e che questa condanna rappresenta almeno una soddisfazione, perché il timore di una giustizia negata sarebbe stato un peso insostenibile. Il padre Bruno, più laconico, ha osservato come non si possa mai essere veramente soddisfatti di fronte a simili tragedie, lasciando intendere che nessuna pena potrà colmare il vuoto lasciato dalla figlia. La difesa, per bocca dell’avvocata Bacicca, ha già annunciato ricorso in appello, preannunciando che la battaglia legale proseguirà, mentre Sangare, presente in udienza, è rimasto apparentemente tranquillo, forse già consapevole dell’esito che lo attendeva dopo la requisitoria del pm.
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