Moussa Sangare condannato all’ergastolo per l’omicidio di Sharon Verzeni, la famiglia: “Ora giustizia è fatta”
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Redazione Interno
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La Corte d’assise di Bergamo ha inflitto la pena dell’ergastolo a Moussa Sangare, il trentunenne di origini maliane riconosciuto colpevole dell’omicidio di Sharon Verzeni, la trentatreenne uccisa a coltellate la notte tra il 29 e il 30 luglio del 2024 a Terno d’Isola, nel Bergamasco. I giudici, presieduti da Patrizia Ingrascì, hanno accolto integralmente le richieste del pubblico ministero Emanuele Marchisio, riconoscendo le aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della minorata difesa, circostanza quest’ultima legata all’ora tarda e alla solitudine in cui la vittima è stata sorpresa e aggredita. La lettura del dispositivo, arrivata nel pomeriggio di oggi, mercoledì 25 febbraio 2026, ha chiuso un capitolo processuale seguito con partecipazione e dolore dall’opinione pubblica, ma soprattutto dai familiari della giovane donna, che non hanno mai smesso di presenziare a ogni singola udienza.
Subito dopo la pronuncia, il padre Bruno Verzeni, la madre Maria Teresa Previtali, i fratelli Melody e Cristopher e il compagno Sergio Ruocco si sono stretti in un lungo e commosso abbraccio, sciogliendo in lacrime la tensione accumulata in mesi di dibattimento. Ruocco, visibilmente scosso ma composto, ha affidato a poche, essenziali parole il sentimento di un dolore che non si placa: “Il pensiero di lei c’è sempre”, ha dichiarato, aggiungendo che quantomeno “c’è la soddisfazione di aver avuto giustizia, altrimenti sarebbe stato ancora peggio”. Poco dopo, è stata Melody Verzeni a leggere una breve dichiarazione a nome di tutta la famiglia, esprimendo gratitudine verso la Corte, il pm Marchisio e i carabinieri per il lavoro che ha permesso di “far emergere la verità”. Un pensiero, il suo, che non ha potuto evitare di tornare a Sharon, con la promessa che “sarai sempre viva, con noi tutti i giorni”.
Il pm: “Delitto orripilante”, la difesa annuncia appello
Il procuratore Emanuele Marchisio, che aveva chiesto e ottenuto il carcere a vita, aveva definito il delitto “orripilante” durante la sua requisitoria, parlando di un “osceno impulso omicidiario” e descrivendo Sangare come un “narciso impenitente”, reo di avere sacrificato una vita umana al proprio ego. L’accusa ha sempre sostenuto la piena capacità di intendere e di volere dell’imputato, nonché la perfetta sovrapponibilità tra la sua confessione iniziale – resa subito dopo il fermo e davanti al gip – e i riscontri oggettivi emersi dalle indagini, come il Dna di Sharon trovato sulla bicicletta di Sangare e le immagini delle telecamere di sorveglianza. Il pm ha escluso con fermezza qualsiasi ipotesi di contaminazione delle prove, bollando come “singolari” le tesi alternative proposte dalla nuova difesa.
Dall’altra parte, l’avvocata Tiziana Bacicca, subentrata alla fine del processo a istruttoria ormai chiusa, aveva tentato l’arringa finale puntando sull’assoluzione per non aver commesso il fatto o, in subordine, sulla esclusione delle aggravanti. La legale, che in aula aveva ripercorso gli atti sollevando dubbi sulla tempistica dell’aggressione, sull’assenza di sangue sul coltello e sull’altezza dell’omicida, ha però incassato il netto rigetto della Corte. Al termine della lettura, la stessa Bacicca ha annunciato che presenterà ricorso in appello, riferendo di avere trovato Sangare “tranquillo” in aula, preparato dal difensore all’eventualità di una condanna. L’imputato, che dopo la confessione iniziale aveva ritrattato proclamandosi innocente, dovrà ora affrontare il secondo grado di giudizio.
L’abbraccio in aula e le parole della procura: “Famiglia aveva bisogno di giustizia”
Al di là del rigore formale della sentenza, l’epilogo dell’udienza ha lasciato spazio a un momento di intensa umanità, quando i parenti di Sharon Verzeni si sono avvicinati al pm Emanuele Marchisio per abbracciarlo, in un gesto silenzioso ma eloquente di ringraziamento per la determinazione con cui ha condotto l’accusa. Un’immagine, quella dell’abbraccio, che ha suggellato il rapporto di fiducia e vicinanza costruito nei mesi tra i rappresentanti della legge e una famiglia distrutta da un lutto assurdo e violento. La procuratrice aggiunta di Bergamo, Maria Cristina Rota, lasciando il tribunale ha commentato con equilibrio l’esito del processo, dichiarando una “soddisfazione” amara e misurata: “È stato chiuso un processo in relazione a un crimine orrendo e la famiglia aveva necessità di avere giustizia”, ha spiegato, “anche se dire soddisfatti, quando c’è un ergastolo, non è mai bello”.
La dinamica dell’omicidio, ricostruita in ogni dettaglio durante le indagini, resta impressa per la sua ferocia gratuita: Sharon fu colpita mentre passeggiava a notte fonda, raggiunta da cinque coltellate, quattro delle quali mortali. Lei stessa, in un ultimo, disperato atto di lucidità, riuscì a comporre il numero per chiedere soccorsi prima di accasciarsi al suolo. Un delitto commesso, come emerso dalle carte processuali, senza un movente razionale, per quella che l’accusa definì “noia”. Ora, con il verdetto di primo grado, la giustizia ha compiuto il suo primo passo, lasciando ai successivi gradi il compito di definire la vicenda in via definitiva.
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