La rabbia torna in Veneto: il gesto d’affetto di un turista scatena la maxi profilassi a Vittorio Veneto

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Era un pensiero regalato con il cuore, forse per alleviare la nostalgia della vacanza o semplicemente per fare una sorpresa a una parente lontana. Quel cucciolo di cane, prelevato illegalmente durante un viaggio turistico in Marocco – dove il virus della rabbia è ancora endemico – è stato portato a Vittorio Veneto in un pacco apparentemente innocuo, che però custodiva un pericolo silenzioso.

Il gesto, carico di affetto ma privo delle necessarie cautele sanitarie, si è trasformato in queste ore in una complessa emergenza territoriale: l’animale, manifestando i sintomi neurologici della malattia solo diversi mesi dopo l’importazione clandestina, ha costretto le autorità a mettere in campo un protocollo di sicurezza che coinvolge direttamente trenta persone esposte e migliaia di animali domestici.

Il decorso clinico e la scoperta del focolaio

Tutto è partito dalla segnalazione di una clinica veterinaria cittadina, dove la proprietaria del cane – una residente della frazione di San Giacomo di Veglia – si è presentata allarmata dai sintomi gravi dell’animale. Il meticcio, un esemplare di media taglia dal mantello fulvo e bianco, si trovava in condizioni irreversibili a causa di una encefalite fulminante, quadro clinico che ha immediatamente fatto scattare l’allarme tra i sanitari.

Dopo essere stato sottoposto a eutanasia il 27 maggio, il corpo è stato trasferito all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (Izsve) di Legnaro, dove gli esami hanno confermato la diagnosi più temuta: la positività al virus della rabbia canina, un evento che non si registrava nel Nordest italiano da almeno quindici anni e che ha acceso un faro sulla fragilità dei controlli alle frontiere quando si parla di gesti privati.

La macchina della profilassi per i contatti umani

Nel momento stesso in cui è stata accertata la diagnosi, l’Ulss 2 Marca Trevigiana ha attivato un gruppo di lavoro specifico per tracciare la catena dei contatti, un’indagine epidemiologica delicata che ha preso in esame i dieci giorni precedenti la soppressione, ossia l’intero arco temporale in cui l’animale era potenzialmente infettivo.

Trenta persone – tra cui la padrona, che era stata morsa dal cane, e diciannove operatori sanitari della clinica che lo hanno assistito – sono state sottoposte al protocollo post-esposizione: per ventidue di loro si è reso necessario il trattamento completo con vaccino e immunoglobuline specifiche, mentre per i restanti otto è bastato il solo vaccino come misura precauzionale.

Le autorità sanitarie hanno inoltre isolato cinque cani entrati in contatto ravvicinato con il meticcio, i quali resteranno in osservazione per un periodo di sei mesi – pari all’incubazione massima della malattia – all’interno del canile sanitario, lontano da qualsiasi altra interazione sociale.

L’ordinanza municipale che travolge migliaia di animali

La risposta istituzionale, coordinata dalla sindaca di Vittorio Veneto insieme ai vertici dell’azienda sanitaria, si è tradotta in un provvedimento senza precedenti recenti per la provincia: un’ordinanza che impone l’obbligo di vaccinazione antirabbica per tutti i cani dotati di microchip (4.400 esemplari) e per circa 900 gatti presenti sul territorio comunale, incluse le colonie feline gestite.

Il provvedimento, che mira a creare una barriera immunitaria capace di bloccare qualunque eventuale diffusione del virus – anche se i funzionari ribadiscono che il caso è sotto controllo –, prevede tempi stretti per l’adempienza e rappresenta un carico organizzativo notevole per i veterinari della zona.

L’animale, come emerso dagli accertamenti, era stato importato illegalmente senza rispettare le quarantene e le vaccinazioni obbligatorie previste dalla legge italiana ed europea per gli spostamenti da Paesi extra-Ue a rischio rabbico, una prassi purtroppo comune che in questo caso ha avuto conseguenze sanitarie tangibili.

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