Alzheimer, la ricerca accelera ma mancano volontari per gli studi clinici
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Redazione Salute
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La ricerca sulle demenze non ha mai avuto così tante potenziali terapie in valutazione. Secondo i dati del Rapporto Mondiale Alzheimer 2026 diffuso da Alzheimer’s Disease International in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, sono 158 i farmaci attualmente in sperimentazione in 192 studi clinici nel mondo. Otto di questi studi sono in Fase III e il loro completamento è atteso entro la fine del 2026.
Eppure, proprio nel momento in cui le prospettive sembrano cambiare, a mancare rischia di essere la risorsa più preziosa per trasformare le promesse in cure: le persone disposte a partecipare ai trial.
Il problema del reclutamento non è nuovo, ma assume contorni sempre più netti. A livello globale, solo una minima parte delle persone con malattia di Alzheimer riesce effettivamente ad accedere agli studi clinici, e le stime indicano che il numero di arruolamenti annuali è di gran lunga inferiore al fabbisogno.
Le ragioni sono molteplici e spesso si intrecciano: la distanza dei centri di sperimentazione dalle abitazioni dei potenziali partecipanti, la complessità dei protocolli con valutazioni lunghe e frequenti, i criteri di inclusione ed esclusione piuttosto restrittivi, la necessità di un caregiver o di un partner di studio costantemente presente. A questo si aggiunge una diffidenza diffusa verso la ricerca clinica, alimentata da scarsa informazione e da una percezione del rischio che non sempre corrisponde alla realtà dei trial moderni.
Il risultato è che molti studi accumulano ritardi, alcuni vengono sospesi, altri abbandonati del tutto.
In questo scenario, la diagnosi tempestiva diventa un passaggio cruciale. Riconoscere i segnali della malattia nelle fasi iniziali non serve soltanto a pianificare l’assistenza e a ottimizzare la presa in carico di pazienti e familiari, ma apre anche la porta all’accesso alle terapie emergenti e alla possibilità di partecipare alla ricerca clinica quando ancora i criteri di eleggibilità sono soddisfatti.
I segnali da non sottovalutare includono la perdita di memoria che interferisce con la vita quotidiana, le difficoltà nel pianificare o nel portare a termine compiti abituali, la confusione con il tempo e i luoghi, i problemi nel trovare le parole, la tendenza a smarrire oggetti senza riuscire a ritrovarli, i cambiamenti nell’umore e nella personalità. Sono manifestazioni che troppo spesso vengono attribuite all’età o allo stress, ritardando il momento della valutazione specialistica.
A livello locale, i numeri restituiscono la dimensione di una patologia che incide in modo profondo sul tessuto sociale. Secondo Sara Fascendini, direttore sanitario del Centro di eccellenza Alzheimer di Gazzaniga, struttura che opera da oltre vent’anni nell’ambito di una collaborazione tra l’Asst Bergamo Est e la Fondazione Europea di Ricerca Biomedica, i dati ufficiali relativi alla provincia di Bergamo indicano tra i 5.300 e gli 8.800 pazienti registrati attraverso i flussi sanitari, con una prevalenza femminile che supera il 65 per cento dei casi.
Fascendini osserva però che il sommerso è ben più ampio: applicando i tassi di prevalenza nazionali sulla popolazione anziana del territorio, si stima che le persone affette da demenza siano tra le 15mila e le 18mila.
La necessità di volontari riguarda tutte le fasi della malattia, da quella precoce a quella avanzata, e coinvolge tanto le persone con diagnosi quanto i loro familiari. Gli esperti sottolineano che senza un numero adeguato di partecipanti, anche le terapie più promettenti rischiano di non arrivare mai a validazione.
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