Bangladesh, condanna a morte per l'ex premier Hasina
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Redazione Esteri
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Un tribunale di Dhaka ha emesso, nella mattinata di lunedì 17 novembre, una sentenza capitale che segna un momento storico per il Bangladesh, giudicando colpevole di crimini contro l'umanità l'ex premier Sheikh Hasina, la quale, all'età di 78 anni, si è vista infliggere la massima pena per il suo ruolo nella repressione delle proteste che, nel luglio del 2024, portarono al rovesciamento del governo da lei guidato ininterrottamente dal 2008. La corte, presieduta dal giudice Golam Mortuza Mozumder, ha accertato le sue responsabilità nell'aver istigato e ordinato omicidi durante quelle sommosse popolari, che secondo un rapporto delle Nazioni Unite causarono non meno di millequattrocento morti, in gran parte civili, e migliaia di feriti, configurando le violenze più gravi dall'anno dell'indipendenza del paese.
Un processo di cinque mesi
L'atto conclusivo di un iter giudiziario durato cinque mesi non ha riguardato soltanto l'ex leader dell'Awami League, ma si è esteso anche a due figure chiave dell'apparato di sicurezza: l'allora ministro degli interni Asaduzzaman Khan Kamal, condannato alla medesima pena capitale, e l'ispettore generale di polizia Chowdhury Abdullah Al-Mamun, il quale, essendo un reo confesso e attualmente in custodia nel paese, ha ricevuto una condanna a cinque anni di reclusione. Le prove esaminate in aula hanno dipinto un quadro dettagliato delle operazioni di ordine pubblico, contestate per l'uso eccessivo della forza, che caratterizzarono quelle giornate di fuoco.
Le reazioni alla sentenza
Subito dopo la diffusione della notizia, alcuni manifestanti si sono scontrati con la polizia antisommossa davanti alla residenza di Sheikh Hasina a Dhaka, un edificio già pesantemente danneggiato durante le sollevazioni dell'anno scorso. I dimostranti, acclamando la decisione del tribunale, hanno minacciato di procedere alla sua completa demolizione, in un clima di tensione che le autorità hanno faticato a contenere. Questi episodi, seppur circoscritti, riflettono le profonde lacerazioni che il periodo di instabilità ha lasciato nella società.
Il contesto delle violenze
Le proteste del 2024, che presero inizialmente le mosse da istanze studentesche per poi trasformarsi in un moto di generale opposizione al governo, furono represse con una durezza le cui proporzioni sono state quantificate, numeri alla mano, dagli investigatori internazionali. Le stime dell'ONU, che parlano di un bilancio complessivo che tocca le milleseicento vittime, offrono la misura di una crisi umanitaria di vasta portata, le cui conseguenze giudiziarie continuano a svilupparsi, chiudendo un capitolo di storia nazionale e aprendone un altro, il cui esito è tutto da scrivere.




